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Anni fa, quando non c’erano mie foto su internet, mi capitava di arrivare a una conferenza e leggere i volti stupiti di una parte dei presenti. Non tutti. Ma una buona parte. Di solito in maggioranza si trattava di alternativi di città. Al tempo erano appena comparsi i tatuaggi tribali, c’era gente che pur di sfoggiarli sfidava gennaio con le maniche corte. Io ero come sempre, forse una che può passare per un’anonima impiegata di paese o persino per l’addetta alle pulizie.

Si verificava questo fenomeno bizzarro per cui si aspettavano che chi sosteneva certi discorsi e certe battaglie dovesse vestire la divisa del ribelle. Invece si trovavano di fronte me, che poi ero sempre la stessa che avevano letto, con le stesse idee. Ma non corrispondevo alla loro idea di disobbediente sociale: niente dreadlock, niente capelli fucsia, nessun piercing e degli abiti anonimi, niente pantalone da fachiro o maglietta usurata. Si trovavano di fronte, tutto sommato, una persona che non rientrava in uno schema, che non portava la divisa del ribelle.

2016-09-13-11-02-12-amSono sempre stata convinta che sia la struttura caratteriale a costituire l’essere e molto meno lo possa essere l’apparenza. Tutt’oggi incontro sovente il vuoto pneumatico cerebrale nei portatori di divisa da alternativo, la ripetizione di schemi e convinzioni assorbite per caso da qualche social network. Non tutti, ma molti. Sono portatori di maschere, ultimamente convertitesi anche in iper-tatuati. Dimenticavo, non ho tatuaggi. Mi piacciono, sugli altri. Anni fa mi era venuta l’idea di farne uno, ma mi sono fermata davanti all’ondata di tatuaggi di tutti. Ammiro la personalizzazione del proprio corpo, l’arte di molti tatuatori, ma detesto la sciatteria e il farlo perché è la moda del momento. Per strada, distolgo lo sguardo imbarazzata da certi orrori esposti come trofei: tratti grossolani, inchiostri sbiaditi, disegni deformati. Distolgo lo sguardo come lo distoglierei da un brutto quadro. Per me c’è un edonismo sacro nella vita, il bello va ricercato, il piacere tutelato, protetto. Mettermi davanti certi sgorbi informi a basso costo, solo per la supposta originalità dell’aver fatto un tatuaggio, mi dà noia. Mi intristisce il poco rispetto che hanno di sé e del proprio corpo.

Forse ho la fortuna di non aver mai avuto bisogno di ricavare un senso di appartenenza nel vestire una divisa, che fosse una divisa vera o simbolica. Sono stata liceale in una scuola elitaria di Milano – non per mia scelta – in cui la divisa era il vestito firmato. Anche orrendo, anche scomodo, ma firmato, quello era l’essenziale. Il firmato è solo una dichiarazione di portafoglio, nient’altro, inutile dilungarci sulle produzioni cinesi in nylon di certe firme. L’abito firmato per un certo gruppo piccolo borghese sdogana tutto, può essere bruttissimo ma è essenziale che ci sia la firma in bella vista, così che gli altri ne capiscano il prezzo e la capacità economica familiare (in genere bassa se si necessita di mostrarla). Ancora oggi per molti l’abito firmato è una divisa, è più importante che l’abito bello, ed è tutto più importante dell’essere belle persone. Ma anche in quel contesto, non ho mai sentito l’esigenza di uniformarmi. Ho sempre scelto cose belle, che piacevano a me. A volte strane, a volte modeste, a volte anonime, ma che rispecchiavano me, non l’esigenza di far parte di un gruppo di persone. Valeva lo stesso per le manifestazioni, ci andavo allo stesso modo, senza abiti di appartenenza del gruppo alternativi.

Mi sono sempre chiesta, invece, che peso mentale sia necessario per vestire queste maschere sociali. L’esistere solo per tramite del vestito firmato, dev’essere terribile. Ma anche la divisa del ribelle non è da meno. Agli estremi, compiono tutti lo stesso percorso: indossare una maschera. Calmare la paura di non essere accettati.

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Perché poi, queste categorizzazioni preconcette basate solo sull’apparenza, fanno esattamente il lavoro contrario: se i ribelli sono tutti vestiti nello stesso modo, smettono di essere ribelli, diventano uno dei tanti gruppi sociali che si autodefinisce e autocelebra in un vestiario. La divisa non è solo giacca e cravatta, la divisa può essere dreadlock e sandali. E la divisa chiude sempre la mente, mette delle barriere all’ascolto perché conduce sempre e solo nella zona di sicurezza in cui si trovano i propri simili. Ci si perde molto della vita, indossando una divisa. Ma c’è un altro problema ancora più importante con le divise: si smette di evolvere, si acquisisce la mentalità a cui ci si vuole ribellare. Se mi sento ribelle perché ho un braccio tatuato e tre orecchini nel naso, non sono diverso da chi critico perché uniformato ad abiti che definisco come rappresentativi di una categoria. La forma mentale del punk e del giacca-incravattato è identica, è quella dell’avere, dell’esistere attraverso quello che si ha, non quello che si è. A maggior ragione i decrescitori, che aborrono la giacca e cravatta, come se fosse quello il male del mondo.

Seguendo questa finta ribellione dell’apparenza, ci ritroviamo nella gabbia che la decrescita cerca invece di cancellare: l’interiorizzazione dell’avere come unico valore e unica guida. 

Oggi abbiamo bisogno di un cambiamento epocale. Abbiamo bisogno di vedere economisti tatuati e con i sandali, abbiamo bisogno operai in giacca e cravatta, professori con i dreadlock e contadine con abiti longuette. Abbiamo bisogno, un bisogno importante, di vedere le persone oltre le categorizzazioni, oltre all’irrequietezza dell’apparire ma facendo parte di un gruppo che costituisce una rete di salvezza (irreale e molto pericolosa). C’è invece bisogno di modestia e anonimato per fare gruppo, per costruire insieme è necessaria la collaborazione per quello che si è e quel che si può dare. Invece, il desiderio di appartenere a un gruppo per uniformazione, non è collaborazione, è solo la ricerca di una rete di sicurezza, di approvazione sociale, la necessità umana ma superabile di non restare soli.

2016-09-13-11-02-32-amIntendiamoci, non si tratta di passare ai sistemi anti-edonistici di Marx, Kant, Thoreau o Schweizer. Si tratta solo di ragionare sull’apparenza, mettendola da parte quando guardiamo l’altro. Pensare “cosa possiamo fare” piuttosto che “è troppo diverso da me”, “è un alternativo perdigiorno”, “è un giacca-incravattato capitalista”.

Il capitalismo del XXI secolo si basa sul massimo consumo di beni, che sta devastando il pianeta. Porre un freno è compito di tutti. Allora non ripetiamo lo stesso gioco capitalistico di dover esistere attraverso la forma esteriore. Togliamoci le maschere, le divise e guardiamoci come persone libere. Ascoltiamoci, anche se siamo molto diversi. Lao Tzu, personaggio che non si sa nemmeno bene se sia esisto davvero, nel Tao Te Ching scrive “La via del fare è l’essere.” Non l’avere, non l’apparire, ma l’essere.

L’essere è la via dei non uniformati, di coloro che magari appaiono anonimi, perché essere disobbedienti può voler dire una camicia di canapa cucita in Italia da una sarta pagata il giusto e un paio di pantaloni di lino senza il risvoltino, senza i finti strappi (e sì, questo è autoreferenziale, perdonatemi). L’apparenza può risultare anonima solo agli uniformati, a coloro che ci leggeranno solo la banalità di una maglietta bianca e anonimi jeans, ma è una banalità loro, non di chi li porta. Di coloro che non vedendo simboli apparenti di ribellione, vi leggeranno solo la non appartenenza al gruppo dei ribelli.

Spendiamo grandi parole e discorsi a dire che abbiamo bisogno di una nuova etica, che ne ha bisogno il mondo. Bene, facciamola. Usciamo dalle divise e guardiamo in faccia il prossimo come persona, come Essere, potremmo scoprire mondi meravigliosi. Devo ammettere che mi capita spesso, è l’unica fiducia che ho nel cambiamento del mondo: che le persone belle ma diverse tra loro si guardino e si scoprano molto simili.

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