L’utilizzo dei chatbot in internet si sta diffondendo sempre di più. Si tratta di programmi che, dopo aver ricevuto migliaia di dati, rispondono in automatico alle domande che vengono poste dagli utenti, utilizzando le informazioni ricevute e migliorando la propria capacità di dare risposte esatte in base all’esperienza acquisita nel tempo.

Riguardo al bot di cui vi stiamo per parlare, speriamo che i problemi siano dovuti all’inesperienza, anche se a ben vedere è difficile che sia così.
Si tratta di Jane, chatbot messo a punto dal centro medico Santagostino in partnership con la start-up Heres e con il supporto per lo sviluppo dei ragazzi delle Scuole Manzoni di Bologna. I creatori spiegano che: “Per 5 mesi, durante un progetto di alternanza scuola lavoro, i ragazzi delle Manzoni hanno testato e perfezionato il chatbot​, modificandone il linguaggio e rendendola più adatta alle loro richieste, a quello che un ragazzo della loro età potrebbe voler sapere a riguardo”.

La prima domanda-risposta sulla quale ci siamo concentrati è il classico esempio che i proibizionisti usano da anni per mettere in cattiva luce la cannabis, e cioè la cosiddetta teoria del passaggio, di cui abbiamo scritto di recente. Domandando a Jane se “dalla cannabis si passa a droghe più pesanti”, la risposta è in perfetto stile oscurantista: “Studi neurologici (non citati, ndr), dimostrano che utilizzare cannabis per lungo tempo e frequentemente può favorire lo sviluppo di dipendenza da altre sostanze (ad esempio la cocaina)”.

Alla leggenda che la cannabis sia una sostanza di passaggio per arrivare a droghe più pesanti, probabilmente non ci crede più nemmeno Giovanardi. Per lo meno non ci credono gli scienziati che se ne occupano, visto che nel 1999, in piena escalation proibizionista, in una relazione sui pericoli della cannabis medica per il Congresso, l’Istituto di Medicina della National Academy of Sciences dichiarò: “Non ci sono prove conclusive che gli effetti della cannabis siano causalmente legati al successivo abuso di altre droghe illecite”.
Da non dimenticare che si moltiplicano gli studi scientifici che identificano la cannabis ed i cannabionidi come sostanza d’uscita e non di entrata, nei confronti di diverse dipendenze come quelle da oppiacei, cocaina, alcool e sigarette.

Insomma, il bot sembra proprio essere impostato per scoraggiare gli utenti ad utilizzare la cannabis, piuttosto che a fornire informazioni obiettive, magari citando studi scientifici e dando dei riferimenti puntuali.

Se si prova a chiedere ad esempio: “La cannabis è utile per il dolore cronico?”, il bot non sa rispondere, e la domanda che suggerisce è: “Quali sono i farmaci per curare la dipendenza da cannabis?”. Allora ci siamo incuriositi e abbiamo cliccato sulla domanda. La risposta? Il Centro Medico Santagostino, come “aiuto efficace” per uscire dall’abuso di cannabis, propone nientedimenoche benzodiazepine e antidepressivi, farmaci che causano una dipendenza ben maggiore della cannabis e che possono causare danni e scompensi gravissimi in chi li utilizza, specialmente in giovane età.

Se invece finalmente si riesce a chiedere “per quali malattie può essere utile la cannabis”, la risposta è che la cannabis può essere usata per alleviare parte dei sintomi di alcune malattie”. Volendo sapere in quali tipi di terapia si utilizza, la risposta è: “la cannabis può essere usata come palliativo nella cura del dolore e come rilassante in patologie come la distrofia muscolare”, sostenendo che per terapia del dolore, sclerosi multipla, glaucoma, artrite reumatoide, alcune malattie infiammatorie croniche intestinali (morbo di Crohn, colite ulcerosa), epilessia, i riscontri scientifici sono in fase di accertamento.

Se i dottori del centro avranno la pazienza di ascoltarci, possiamo fornire loro decine di studi scientifici clinici, e quindi effettuati su pazienti, che testimoniano le potenzialità terapeutiche della cannabis nel trattamento del dolore, della sclerosi multipla, epilessia etc. Per fare due esempi i primi farmaci registrati a base di cannabis sono indicati proprio per gli spasmi ed il dolore nelle persone affette da sclerosi multipla (il Sativex) e per il trattamento dell’epilessia farmaco-resistente (l’Epidiolex), che sono stati approvati dopo i trial clinici necessari.
La cannabis in molte delle patologie citate agisce solo sui sintomi? In molti casi è vero, ma è talmente efficace da restituire una vita dignitosa a chi soffre di dolore cronico e neuropatico, a bambini affetti da epilessia resistente ai farmaci tradizionali o ai malati di sclerosi multipla.

La nostra idea è che su tematiche così sensibili, dare ad un bot la responsabilità di fornire risposte è sicuramente un azzardo. Immaginatevi un paziente alla ricerca di informazioni, che ad esempio formuli la domanda: per quali patologie può essere utile la cannabis? Ebbene la risposta che riceverà sarà che il bot non ha capito la domanda e come opzioni fornisce queste 3: Si può smettere di fumare cannabis? A chi posso chiedere aiuto? L’uso di cannabis ha conseguenze sulla salute? Stessa cosa se si chiede quali sono i benefici della cannabis medica.

Non solo, perché su alcune tematiche, il bot sbaglia proprio. Ad esempio alla domanda se la cannabis può uccidere, il bot non esclude questa possibilità, spiegando che “è molto improbabile (ma non impossibile) morire per un’overdose da cannabis“.

La verità è che la cannabis non ha mai causato una morte nella storia millenaria del suo utilizzo da parte dell’umanità, e che praticamente non esiste una dose letale. Negli anni ’80 la Dea in vari esperimenti con cavie ha cercato di determinare il livello DL50 (Dose letale 50) della cannabis e cioè un parametro in uso fino aprimi anni del 2000 che indica la quantità di una sostanza (somministrata in una volta sola), in grado di uccidere il 50% di una popolazione campione di cavie.
Nel 1988 proprio la Dea arrivò alla conclusione che: “Al giorno d’oggi si stima che il livello di DL50 nella marijuana sia intorno ai 1:20.000 o 1:40.000. In parole povere significa che per morire, un fumatore dovrebbe consumare dalle 20.000 alle 40.000 volte il dosaggio normalmente contenuto in una sigaretta a base di marijuana. Dovrebbe quindi fumare circa 680 kg di marijuana in circa 15 minuti per avere un effetto letale”Per fare un confronto: il livello LD-50 dell’aspirina è intorno ai 1:20, il che significa che stando a questi parametri, più volte ripresi da ricercatori, attivisti ed esperti, l’aspirina è almeno mille volte più letale della cannabis. Non solo, perché per la maggior parte dei farmaci da prescrizione il rapporto è di 1:10.

Naturalmente, se si clicca su una delle opzioni fornite dal bot quando non sa rispondere, ed in questo caso “A chi posso chiedere aiuto?” – per cosa, ci chiediamo noi, non si sa – ecco che arriva la risposta che spiega, almeno in parte, il perché sia stato creato questo programma.
Puoi rivolgerti al tuo medico di base o a un centro specializzato come il Centro Medico Santagostino, il Ser.t o lo SMI (trovi i contatti online). Tutti contatti generici, tranne il centro medico Santagostino, che guarda caso è proprio quello che ha creato il bot.

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