Tutto è energia. Noi stessi non siamo altro che un insieme di atomi e ciascun individuo emana una propria vibrazione, unica come le impronte digitali. Anche lo spazio ed il vuoto che noi percepiamo con la nostra vista, non sono altro che la stessa energia che compone tutte le altre cose, dalle piante alle pietre, che “vibrano” anch’esse, solo che noi non la vediamo, e quindi non la percepiamo. I nostri stessi pensieri sono energia, emanazione diretta della nostra volontà che plasma la realtà.

Capendo questa cosa è facile capire cosa significhi che “siamo tutti connessi”, che il mondo, l’universo, sono un unico cuore pulsante che vibra di vita ed energia. Ed un’altra strada per capirlo può essere quella di immaginare che con i nostri sensi, con i nostri occhi e le nostre orecchie, ad esempio, possiamo percepire solo una piccola parte di ciò che succede nella realtà.

I nostri occhi captano solo una piccolissima parte dello spettro dello specchio elettromagnetico, quello cosiddetto visibile, ma le altre lunghezze d’onda esistono anche se noi non le “vediamo”.

Come è possibile che i greci, pur non avendo strumenti scientifici che potessero confermare la loro scoperta, fossero convinti dell’esistenza degli atomi, o che popoli antichi avessero conoscenze che oggi sono state confermate dalla fisica quantistica? La risposta è che utilizzavano il proprio sentire in maniera diversa, in un modo che noi oggi non siamo più abituati ad esercitare.

Di questo e di “Un altro mondo”, quello che non siamo più abituati a “sentire”, ne abbiamo parlato con il regista Thomas Torelli, in occasione della proiezione a Torino a diverse scolaresche del suo documentario, che arriva dopo numerosi lavori ai quali ha partecipato come montatore, produttore o direttore. Da ricordare “Zero – Inchiesta sull’11 settembre”, prodotto e scritto da Torelli nel 2007 che è stato distribuito in più di 70 Paesi e “Sangue e cemento”, documentario sul terremoto che ha colpito l’Abruzzo e che è stato candidato ai Nastri d’argento come nella categoria “Miglior documentario dell’anno”.

Chi è Thomas Torelli ce lo racconta direttamente lui: «Sono un uomo che cerca di dedicare la sua vita alla realizzazione di film indipendenti che diano il loro contributo alla creazione di un mondo migliore». Una carriera iniziata come fotografo a soli 14 anni, anche per necessità, che passo dopo passo, è sbocciata nella decisione di iniziare a realizzare dei documentari. Oltre all’Istituto di storia dell’arte con specializzazione in fotografia la scuola di Torelli è stata dunque la “strada”, facendo tanta gavetta per arrivare ad avere la possibilità di dire la sua come autore. 
Il suo ultimo film “Un altro mondo”, è quello che lo sta consacrando al grande pubblico e nonostante la distribuzione sia stata totalmente indipendente in 2 anni ha collezionato circa 400 proiezioni. Alcune di queste avvengono coinvolgendo le scuole, grazie all’associazione Clap for love, che si occupa proprio di cercare di raggiungere quante più scolaresche possibili, organizzando quando si riesce un dibattito con l’autore stesso. «I riscontri degli studenti sono incredibili», ci ha raccontato Thomas pochi minuti prima della proiezione, spiegando che: «Mentre gli adulti sono condizionati e quindi quando vedi il film il lavoro che fa la tua anima è quello di dire: “Wow, io queste cose le ho sempre sapute, solo che me le ero dimenticate”, per un bambino è diverso. Non è ancora stato condizionato e quindi non percepisce la distanza tra il mondo reale, che è quello che mostriamo nel film, perché il nostro mondo è invece basato su un’illusione. E quindi il bambino che è più vicino alla fonte ti dice: “Certo, io queste cose le conosco, le sentivo”. È bello far rinascere nei bambini queste impressioni e confermare loro cose che già sentono perché sono il nostro futuro e dobbiamo partire prima di tutto da lì per lasciare alle prossime generazioni un mondo migliore di questo».

Da “L’altro mondo” emerge un pensiero simile a quello espresso ad esempio dall’ex presidente dell’Uruguay Mujica, come il fatto che usiamo il nostro tempo per guadagnare del denaro che utilizziamo per comprare cose che non ci servono. A chi ti sei ispirato?
Mujica è un grande maestro, anche solo per la sua incredibile coerenza e semplicità, che secondo me è un valore che andrebbe riscoperto. Il film inizia ponendo le questioni su questi temi perché la prima cosa che va messa in discussione è la struttura si cui abbiamo fondato la nostra società. Noi occidentali pensiamo di aver creato un sistema che pensiamo sia il migliore, quando invece è palese che è un modello che provoca infelicità. Ad esempio il Giappone negli anni ’80 era il Paese con i maggiori guadagni pro-capite al mondo, ma era anche il Paese in cui si verificavano il maggior numero di suicidi. È una contraddizione spietata e significa che questo modello, anche quando funziona è comunque fallimentare e che la ricchezza economica non equivale al benessere psicofisico. Orami è palese lo dicono le Università, i sociologi, gli psicologi, i filosofi, tutti sostengono che questo modello è sbagliato, bisogna costruirne un altro che parta da dentro di noi. Terzani diceva che “l’unica rivoluzione possibile è quella interiore”: è da dentro che dobbiamo scoprire che questo modello è sbagliato per costruirne un altro che si basi su valori che sono nuovi per noi, ma che non lo sono per i popoli ancestrali che vivono staccati dall’ego. Qual è la dinamica che ci ha portato in questo trappolone? Che ognuno di noi si identifica con quello che fa, con ciò che possiede o con quello che pensano gli altri di noi, non con ciò che è veramente.

Quale può essere la strada giusta?

Sicuramente partendo da sé. Bisogna raggiungere la cosiddetta “massa critica” di cui parliamo nel film che si ha quando un numero sufficiente di persone “vibrano” con la stessa frequenza. A quel punto c’è un salto quantico per cui il paradigma vecchio non è più riconosciuto e si inizia a costruire una società nuova. Oggi ci sono molte nicchie di persone che dal basso provano a costruire questa cosa, ognuno a suo modo: io lo faccio attraverso i film, altri con gli eco-villaggi, c’è chi lo fa facendo una spesa sostenibile: l’importante è fare qualcosa nel proprio piccolo. È chiaro che è difficile perché siamo intrappolati in questo sistema. Anche io faccio le proiezioni e devo far pagare un biglietto per pagare l’affitto, però bisogna trovare un compromesso tra la nostra società e quelle arcaiche: non c’è niente di male nell’economia, ma che sia un’economia reale non quella finanziaria.

Perché siamo tutti collegati…
Lo siamo da un punto di vista scientifico ma anche da quello finanziario, purtroppo…

Come mai hai deciso di usare il crowdfunding?
Credo sia la forma più democratica e più bella per la produzione di un progetto. Perché avendo distribuito il film dal basso è successo che sia diventato in un certo senso un simbolo con centinaia di cittadini che si sono messi in gioco per organizzare proiezioni. In due anni ne abbiamo fatte 380 delle quali più della metà con la mia presenza. È la gente ad essere protagonista della diffusione del film perché sente il messaggio risuonare nelle proprie coscienze con la volontà di portarlo nella propria città diventando parte di questo messaggio. Alla base c’è un messaggio d’amore che la gente, in un momento come quello che stiamo vivendo, vuole condividere, altrimenti oggi voi non sareste qui. Con l’ultimo film, “Food reLOVution”, abbiamo addirittura superato la soglia della cifra richiesta.

A proposito di “Food relOVution”, il sottotitolo “tutto ciò che mangi ha una conseguenza” è un altro modo per dire che tutto è connesso?
In “L’altro mondo”, parliamo della connessione attraverso il saluto Maya In Lak’ech ed attraverso la fisica quantistica. I popoli ancestrali dicono che noi parliamo troppo e sentiamo poco, intendendo non il sentire con le orecchie ma con il cuore, con l’intuito ed il sesto senso. Le cose che la scienza oggi ci spiega, loro le sapevano già perché le sentivano. Noi percepiamo il 3% delle frequenze che esistono in natura ed abbiamo fondato su questo 3% la nostra realtà convinti che esista solo quello. Siamo diventati una sorta di talpe saccenti: non vediamo niente ma per noi quel poco che vediamo è l’unico mondo che esiste. I popoli nativi, invece “sentono”, per questo avevano un saluto come In Lak’ech, che significa io sono un altro te stesso, perché sentivano quella connessione che rende tutti parte dell’altro e questo vale per tutto, anche per l’alimentazione. Perché se io sono te, essere umano, sono anche te foglia, fiume, animale. L’occidentale ha perso la sacralità in tutto ciò che fa e la dobbiamo ritrovare, anche nell’alimentazione. Comprare il pollo al supermercato senza pensare che quello è un animale che ha dato la vita per nutrirci, è un grande errore, perché se non dai valore a quel gesto, secondo me nemmeno ti nutre.

Perché dovremmo andare a vederlo?
È la prima conseguenza logica di “L’altro mondo”. Se questo parlava di una rivoluzione interiore l’altro parla di una rivoluzione più pratica, che si fa scegliendo consapevolmente quando andiamo a fare la spesa. Vuol dire prima di tutto farsi delle domande e abbiamo cercato di mettere a fuoco i danni legati agli eccessi come il consumo di proteine animali come i danni all’ambiente portati dagli allevamenti intensivi. Giusto per dare dei numeri: per mangiare un chilogrammo di carne che proviene dagli allevamenti intensivi si utilizzano circa 17mila litri d’acqua e non viene quasi mai raccontato. Quell’acqua chi la paga in termine di erosione e consumo? Le prossime generazioni, a causa di un’economia assurda.

Sei vegano?

Ho uno stile di vita strampalato perché sono sempre in viaggio: comunque non mangio carne, latte, derivati e quant’altro, ma sto facendo una battaglia per evitare le etichette. Ogni volta che un uomo si etichetta si allontana dall’altro. In Italia c’è questa battaglia tra vegetariani, fruttariani, vegani, carnivori etc. Ognuno pensa di avere ragione e si scaglia contro gli altri e credo sia una cosa che fa malissimo alla causa: la vera rivoluzione secondo me è che ognuno mangi secondo la propria coscienza ed il proprio grado evolutivo.

Molti esperti sostengono che il mondo non sia mai stato così bene grazie ai miglioramenti delle condizioni di salute, di scolarizzazione ed alfabetizzazione… Anche secondo te non siamo mai stati meglio?
È molto soggettivo: innanzitutto bisognerebbe capire di chi si parla. Se lo chiedi ad un siriano non ti darà la stessa risposta di un italiano. Bisogna sempre capire il punto di vista perché è l’osservatore che modifica la realtà. Probabilmente sì, a seconda del posto in cui si vive. Al di là del fatto che l’uomo sta meglio perché possiede di più, l’uomo forse sta meglio perché sta riscoprendo molto di sé.

Un altro mondo si apre con un Nativo americano che suona un tamburo. Cosa puoi dirci di quella popolazione che ha subito un genocidio silenzioso?
Il nostro invadente modello ha cambiato la storia. Tutti abbiamo studiato che nel 1492 Colombo ha scoperto l’America. Ma è solo la nostra prospettiva. Basterebbe spostarsi di qualche chilometro e provare a leggere lo stesso libro di storia. Un nativo risponderebbe: “Ma come, io stavo qua”. Quindi forse la versione giusta sarebbe che nel 1492 è arrivato un signore che cercava l’India e siccome aveva bisogno di un metallo chiamato oro, ha iniziato a sterminarci, uccidendo 70 milioni della nostra popolazione. Questi popoli vivevano inter-connessi con la natura e si sentivano parte di qualcosa: oggi il mondo sta riscoprendo questi valori.

Ci vuoi dare qualche anticipazione sul nuovo documentario?
Lo sto già girando: sarà una prosecuzione di “L’altro mondo” ma parliamo di altre vibrazioni perché affrontiamo il tema del perdono e dell’importanza di lasciare andare la rabbia. Perdonare ha la radice della parola dono, del donarsi agli altri. Oggi l’uomo nuovo deve riconoscersi in un modello che va al di là: il film infatti si chiamerà “Choose love” e lo racconteremo con storie di persone che hanno avuto il coraggio di perdonare cose incredibili.

Che ne pensi di fare un bel docufilm sulla canapa e sul suo boicottaggio?
È una bella idea. La canapa fino agli anni ’50 era conosciuta ed utilizzata in mille modi ad un certo punto hanno capito che era scomoda, soprattutto per le lobby del petrolio, ed è stato deciso di proibirla. È stata distrutta da questi poteri e la nuova era ci sta permettendo di riscoprire le proprietà di questa pianta magica e se volete farne un film sarò contento di aiutarvi.

in collaborazione con Enrica Cappello

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