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Tullio De Mauro, padrino per eccellenza della lingua Italiana, è scomparso ieri all’età di 84 anni.
L’avevamo incontrato poco più di un anno fa e nell’intervista inedita che pubblichiamo di seguito per la prima volta, ci spiegava la situazione dell’italiano odierno.

In un momento storico in cui la spesa per l’istruzione è sempre minore e l’apprendimento si sposta verso nuovi supporti tecnologici è importante che si evolva anche il metodo di insegnamento.
Ex ministro dell’istruzione ha visto dall’interno il disinteresse della politica verso l’evoluzione culturale del Bel Paese ma nonostante tutto ha continuato a credere fermamente nella lingua italiana e nell’evoluzione culturale.
È stato promotore instancabile della nuova forma di “insegnamento capovolto”, in cui la forma di apprendimento tradizionale viene ribaltata dando agli studenti gli strumenti necessari per apprendere autonomamente, utilizzando così il tempo in aula per risolvere i problemi più complessi, e attento osservatore dell’analfabetismo di ritorno, con cui si indica il fenomeno di retrocessione culturale causato dal mancato esercizio di quanto imparato nel corso del tempo.

ma-language-cognitionCome mai si è appassionato a questa disciplina?
Mi sono appassionato a questa disciplina perché ero interessato in generale al linguaggio, al ruolo che il linguaggio ha nella storia. Venivo così da letture vinciane e crociane e da un orizzonte intellettuale attento alla storicità del mondo umano. Più da vico che da croce, ereditavo indicazioni sul ruolo fondante che ha il linguaggio nella vita della cultura. Indicazione che poi ho ritrovato negli studi di antropologia, negli studi di teoria sociale e naturalmente negli studi di filosofia del linguaggio e di teoria del linguaggio.
Ho cominciato ad occuparmi di linguistica, ho anche avuto la fortuna di trovare professori molto bravi che mi hanno insegnato molto come Mario Lucidi, morto giovane ma persona geniale, matematico e linguista allo stesso tempo.

In vista di tutti i cambiamenti a livello politico e culturale, non sempre desiderati, l’insegnamento capovolto da lei promosso potrebbe migliorare la scuola odierna. Non c’è il rischio che con questo metodo, basato prettamente su supporti elettronici e tecnologici, non si capisca appieno l’importanza di un libro e non si pratichi adeguatamente la scrittura?
Naturalmente tutto dipende da come i materiali sono usati, ma mi pare che lo spazio ci sia. La classe capovolta è un invito all’insegnante a studiare in modo che possa produrre egli stesso i materiali. L’idea è che il ragazzo trovi a casa, prima di andare a scuola, dei video e della strumentazione, quindi sul computer, che gli permetta di capire quali sono i punti più difficili o complessi o più importanti di un argomento. Quindi il lavoro in classe il giorno dopo diventa un lavoro in cui tutti i ragazzi partecipano, insieme all’insegnante, per discutere qualcosa che hanno già ascoltato o che hanno già letto, perché naturalmente c’è anche la lettura inclusa nel video del giorno precedente e da discutere. Questo apre la possibilità di una interazione differenziata tra l’insegnante e i diversi allievi a seconda di quanto hanno capito e quanto non hanno capito, che difficoltà hanno trovato.

immagine-568In questo caso la funzione dell’insegnante diventa più importante e di conseguenza impegnativa?
La classe capovolta chiede all’insegnante di essere in grado di produrre materiale efficace, altrimenti i ragazzi diranno chiaramente che non funziona. Insomma deve fare uno sforzo di elaborazione. Oppure altra soluzione deve scegliere nella rete dei materiali che siano adatti alla lezione su un qualche argomento che ha in programma di affrontare. Quindi un insegnante che deve salire un gradino nei livelli di preparazione. È questo è un primo aspetto interessante a mio avviso. Una sorta di aggiornamento continuo sul servizio che viene a prodursi.

Una cosa che manca oggi?
Una cosa che da noi manca totalmente! Il secondo aspetto interessante è che i ragazzi vedono, ascoltano, leggono il materiale in internet il giorno prima della lezione e il giorno dopo non è necessario che l’insegnante spieghi e ripeta l’argomento. Ma il lavoro si svolge attraverso la discussione sulle difficoltà che possono avere trovato o non trovato nella lettura e nell’ascolto del materiale del giorno precedente. Questo apre le porte a un’interazione tra il maestro ed i singoli allievi. Quindi apre le porte non solo al lavoro di gruppo orale ma al lavoro di scrittura nell’ora della lezione, cosa che non si fa mai. Anche perché in questo modo si risparmia molto tempo che viene tradizionalmente sprecato per l’interrogazione dell’insegnante ad un singolo allievo, mentre gli altri giocano a battaglia navale! La pratica della scrittura continua, non una volta ogni due mesi per il tema ma per scrivere ogni giorno quello che si acquisisce e si apprende. Di fatto si sta espandendo anche in Italia il numero di insegnanti interessati alla cosa.

Questa è una delle alternative all’insegnamento attuale o è l’alternativa?
Per ora è un’alternativa. I bravi insegnanti ci sono sempre stati e hanno sempre praticato lo scendere dalla cattedra e lo stare tra i banchi a discutere con gli allievi, con un quaderno degli appunti e farsi man mano un’idea del livello a cui sono arrivati i singoli ragazzi nella classe. Questa attenzione e collaborazione tra insegnante e ragazzi è la strategia giusta e più interessante, comunque la si realizzi e con qualsiasi mezzo la si metta in pratica.

La TV ha giocato un ruolo fondamentale nel processo di unificazione della lingua italiana intorno agli anni ‘50 considerato che prima di essa si parlavano numerosi e differenti dialetti. Perché la TV non viene sfruttata anche oggi come mezzo culturale?
È una bella domanda. Io negli anni l’ho posta a qualcosa come 7-8 forse 10 presidenti della Rai che mi è capitato di incrociare e da tutti ho avuto ampie assicurazioni che avrebbero visto e fatto. Certo che è uno strumento potentissimo: nella direzione ad esempio della formazione del servizio degli insegnanti e poi uno strumento per l’aggiornamento culturale di tutta la popolazione naturalmente. Perché questo specialmente dagli anni ‘90 in poi non viene fatto? Non ce ne più traccia? Bella domanda, una domanda politica in realtà non tecnica… perché non la si vuole fare quest’attività. Ora il nuovo presidente Monica Maggioni promette interesse specifico per questa dimensione della produzione televisiva, vediamo e speriamo.

Pare che la politica non crede nella cultura?
In Italia non è mai stata una priorità la spesa per la cultura e per l’istruzione. Il bilancio è molto risicato rispetto agli altri paesi in queste materie.

Anche lei dal 2000 al 2001 è stato Ministro della pubblica istruzione, ha visto come funziona dall’interno…
Si, ho visto dall’interno l’enorme difficoltà di ottenere più mezzi per la scuola.

Nella sua lunga esperienza che cambiamenti ha notato a livello politico e culturale in Italia?
Ci sono stati tantissimi cambiamenti. Basti pensare al fatto che 50 anni fa due terzi della popolazione non sapeva parlare italiano, oggi lo sa parlare ma non lo sa scrivere. Legge poco però parla italiano e questo è un salto enorme insomma. Ci sono indici nascosti a cui non si pensa… tipo il calo enorme della mortalità infantile, miglioramenti della salute.

Sono stati fatti molti passi avanti ma ancora ne devono esser fatti tantissimi. Ad esempio lei parla molto della dealfabetizzazione. Altrimenti detto Analfabetismo di ritorno con cui si indica il fenomeno secondo cui negli anni si perde la capacità di scrittura e lettura se non viene alimentata costantemente.
È un grosso problema: avremmo bisogno di creare un sistema nazionale di istruzione degli adulti, come negli altri paesi europei. Sarebbe veramente importante.

Un aspetto interessante è anche il “lifelong learning” (educazione durante l’arco della vita), per contrastare l’analfabetismo di ritorno. Quanto è conosciuto questo fenomeno in Italia e quanti lo praticano?
Il fenomeno non è molto popolare. Si può sperare che ad un certo punto ci si accorga di questa necessità poiché il fenomeno tra l’altro ricade nei bambini. La dealfabetizzazione agisce sul funzionamento complessivo della società: sulla produzione ad esempio e rende molto più difficile lo studio e l’apprendimento in bambini che vengono da famiglie in cui ha inciso gravemente questo fenomeno. Migliorerebbe molto l’efficacia del lavoro che si fa a scuola.

Il multilinguismo endogeno, ovvero la presenza di diverse lingue nello stesso territorio provocato dai grandi flussi di persone che si spostano da un continente all’altro, modificherà nel tempo l’italiano?
No, in generale gli immigrati arrivano e cercano di integrarsi il più rapidamente possibile imparando la lingua del posto, senza imporre la propria.

È iniziato il nuovo anno scolastico. Vuole fare qualche commento al riguardo?
Spero che gli insegnanti e gli alunni se la cavino al meglio. Non ho particolari aspettative.

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