Il progetto “Inna De Yard” si avvia a festeggiare i 10 anni di attività nel migliore dei modi. È uscito da poco infatti, il documentario “The Soul of Jamaica” l’evoluzione del collettivo partito ormai 9 anni fa come prodotto discografico di nicchia e man mano affermatosi come lavoro raffinato e aperto ai più, ma facciamo un passo indietro.

L’avventura nasce nel 2008 per volere dell’etichetta francese Makasound: inna de yard è l’espressione tipica jamaicana per identificare il cortile di casa, la yard appunto. Yard dove la storia di molti artisti è iniziata; famosi sono infatti i racconti di artisti che narrano delle lunghe file nei cortili di etichette come Tresure Island o Studio One dove ogni giorno centinaia di giovani cantanti andavano a caccia di una chance. È proprio da questo concetto che nasce la collana di Inna De Yard che con il passare del tempo diventa un vero e proprio collettivo, capitanato dal famoso chitarrista Earl “Chinna” Smith che, di volta in volta, raccoglie intorno a sé i migliori musicisti dell’isola e in un clima rilassato come appunto può essere quello del cortile di casa da vita a vere e proprie jam session che poi diventano dischi. È stato cosi per il compianto Junior Marvin che poco prima della sua morte aveva rivisitato i suoi più grandi successi. Purtroppo con il fallimento dell’etichetta la collana si è fermata a 5 episodi, ma oggi qualcuno ha ripreso in mano le fila di un progetto che per interesse e valore artistico non poteva finire nel dimenticatoio; i tipi della “Chapter Two Records” per farci capire che fanno sul serio hanno fatto le cose per bene, infatti, oltre a registrare un nuovo disco, hanno pensato bene anche di documentare il tutto.

Nasce così “The Soul of Jamaica”, che come dice il titolo stesso cerca di cogliere l’essenza, l’anima della reggae music saldando strettamente il ricordo delle radici alla visione del futuro, infatti in questo disco/documentario troviamo musicisti che hanno fatto la storia del genere che prestano il loro talento ad artisti emergenti e ad alcuni veterani. Un cast davvero importante in cui troviamo il cantante Lloyd Parks, Ken Boothe, Kiddus I, Cedric “Congo” Myton e molti altri ospiti che vi lasciamo scoprire.

Come potete immaginare il documentario è incentrato sulle session di registrazione del disco ma al contempo ci fa intravedere qualche squarcio di vita giamaicana. Il lavoro a mio avviso scorre senza intoppi e si dimostra un documento importante, forse non tanto nell’immediato ma nel lungo termine, quando questi artisti non saranno più tra noi e le loro parole e soprattutto la loro musica potranno essere d’esempio alle nuove generazioni. Degna di nota è la combination nata tra Ken Boothe e i Viceroys, artisti che hanno iniziato il loro percorso insieme ma che non avevano mai avuto modo di collaborare prima d’ora.

Inutile dire che lavori come questo portano ad un livello di visibilità maggiore un genere che, purtroppo, vuoi per scarsi mezzi economici, vuoi anche per un po’ di miopia di una parte degli addetti ai lavori, non riesce mai a esprimere il grande potenziale che ha. Mi auguro quindi che vi sia un supporto tangibile al progetto da parte di tutti, cosi da ritrovarci ancora inna de yard.

a cura di Leonardo Pascale

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