Le domande poste più frequentemente sull’argomento Cannabis e relative risposte, sostenute da studi scientifici e fonti verificate. Una guida completa e in costante aggiornamento, con link e collegamenti per approfondire ogni singola voce.

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La canapa è una pianta che ha accompagnato l’umanità per migliaia di anni. Originaria delle regioni dell’Asia Centrale, lungo il corso dei secoli si è diffusa praticamente ovunque, superando ogni tipo di avversità ambientale. Possiamo trovarla in tutto il bacino mediterraneo e nelle Americhe, nelle regioni più interne dell’Africa e in nord Europa, nel continente australiano e nell’Oriente più estremo.

I suoi utilizzi sono innumerevoli, ma noi li abbiamo riassunti e semplificati in 9 grandi settori: uso ludico / spirituale / religioso, uso medico, uso edile, uso tessile, uso carta, uso alimentare, uso cosmetico, uso plastica, uso carburante.
Sono tutti spiegati in questa pagina speciale del nostro sito web.



La cannabis contiene un’enorme quantità di principi attivi. Su oltre 600 sostanze che la compongono troviamo i terpeni (oltre 200), gli idrocarburi, i flavonoidi, gli acidi grassi, gli alcoli, gli aldeidi e altre sostanze ancora, oltre ai circa 120 cannabinoidi che sono stati identificati fino ad oggi.
La distribuzione dei cannabinoidi varia nei differenti ceppi di cannabis ed in genere solo tre o quattro cannabinoidi si trovano in una pianta in concentrazioni superiori allo 0.1%.

Category: terapeutica

Il Δ-9-tetraidrocannabinolo (THC) è il componente più conosciuto della cannabis: è l’unico cannabinoide ad avere proprietà psicoattive ed è stato isolato per la volta nel 1964 grazie al lavoro condotto dal dottor Raphaem Mechoulam. Si lega ad entrambi i tipi di recettori finora identificati, i recettori CB1 e CB2. Ricerche approfondite negli ultimi decenni spiegano che il THC possiede numerose proprietà medicinali che sono utili in una vasta gamma di disturbi, alcuni dei quali comprendono: il morbo di Alzheimer, l’aterosclerosi, il glaucoma, la sclerosi multipla, il morbo di Parkinson, l’apnea del sonno, la sindrome di Tourette, il cancro (in varie forme) e molti altri. Il THC ha anche proprietà antiemetiche (anti-nausea) che lo rendono utile per il trattamento di AIDS e pazienti in chemioterapia.

Categories: terapeutica, uso ludico

Gli studi che documentano gli effetti a lungo termine dell’assunzione di THC hanno avuto risultati diversi e incoerenti. Anche se molto dibattuti, alcuni studi sostengono che un impiego a lungo termine possa provocare effetti collaterali negativi come perdita di memoria a breve termine o tassi più elevati di psicosi e schizofrenia. Ma il THC ha anche dimostrato di avere una serie di effetti positivi sulle cellule cerebrali. Considerando che la maggior parte delle droghe ricreative sono neurotossiche, il THC è considerato un “neuroprotettore” e significa che può proteggere le cellule cerebrali dai danni causati ad esempio da infiammazione e stress ossidativo. Gli scienziati hanno anche dimostrato che il THC può favorire la crescita di nuove cellule cerebrali attraverso un processo noto come neurogenesi.

Categories: terapeutica, uso ludico

Il CBD è un altro cannabinoide attualmente al centro di diverse ricerche scientifiche per le sue doti terapeutiche. Non solo, perché la proprietà del CBD di contrastare gli effetti psicoattivi del THC, ha visto l’ingresso di questo cannabinoide anche nel settore della cannabis ricreativa con molti strain che sono stati arricchiti di CBD in rapporti di 1:1, 2:1 o superiori rispetto al THC. Oltre agli studi come antipsicotico e nella terapia del dolore il CBD e genetiche di cannabis ad alto contenuto di questo cannabinoide, sono al centro di diverse sperimentazioni e studi clinici su diverse forme di epilessia farmaco-resistente, in particolare in casi pediatrici e di giovani pazienti.

Categories: terapeutica, uso ludico


Il risultato della combinazione fra tutte le sostanze contenute nella cannabis è chiamato effetto entourage; è dimostrato da numerosi studi scientifici che può modificare significativamente l’azione dei principali principi attivi, migliorandone l’azione e riducendo al minimo i possibili effetti collaterali. I primi studi risalgono al 1974, mentre le ricerche più recenti e accreditate sono dello studioso Ethan B. Russo. Alcuni terpeni ad esempio si legano con neurotrasmettitori come i recettori CB1 e CB2, influenzando diverse funzioni del nostro organismo e la sua risposta ad agenti esterni. Altri sembrano modificare la permeabilità delle cellule modulando, ad esempio, l’assimilazione del THC. Altri ancora interagiscono con il rilascio di dopamina e serotonina.

Categories: terapeutica, uso ludico

Se parliamo di infiorescenze e derivati il metodo ad oggi più utilizzato per l’assunzione di cannabis è quello della cartina, affiancato dall’utilizzo di vaporizzatori, che evitano i prodotti tossici derivati dalla combustione e permettono una maggiore assunzione dei principi attivi. Un altro metodo d’assunzione molto diffuso è quello edibile, utilizzabile sia per le infiorescenze che per semi e derivati dalla canapa con basso contenuto di Thc: dall’olio spremuto a freddo al latte passando per tutti i prodotti da forno che si possono ottenere con la farina di canapa. Ma funziona anche per prodotti farmaceutici come estratti, oli, spray e pillole o ad esempio per le tinture alcoliche.
Ci sono poi i prodotti ad uso topico come oli, lozioni, creme o ad esempio i cerotti a base di cannabinoidi, da applicare direttamente sulla pelle.
Poi, soprattutto per il mercato farmaceutico, le aziende stanno creando tutta una serie di prodotti che vanno dalle capsule vaginali alle gomme da masticare, passando per collirio, spray e gocce.

Categories: terapeutica, uso ludico

Medici e scienziati lo dicono da tempo: la cannabis è una sostanza naturale, notevolmente atossica e sicuramente meno dannosa di sostanze vendute legalmente come l’alcool. L’ennesima conferma scientifica è arrivata da uno studio pubblicato su Scientific Reports, che fa parte della rivista Nature, nel quale gli studiosi hanno calcolato che sia ben 114 volte meno letale dell’alcool. Per arrivare a questo risultato i ricercatori hanno analizzato il rischio di mortalità di diverse sostanze di uso comune per scoprire che, a livello di utilizzo individuale, l’alcool è al primo posto seguito da eroina, cocaina e tabacco.

Parlando di rischio di mortalità è d’obbligo sottolineare che nella storia millenaria dell’utilizzo di questa sostanza non è mai stato registrato nemmeno un singolo caso di morte causata dalla cannabis. Negli anni ’80 la Dea in vari esperimenti con cavie ha cercato di determinare il livello DL50 (Dose letale 50) della cannabis e cioè un parametro in uso fino aprimi anni del 2000 che indica la quantità di una sostanza (somministrata in una volta sola), in grado di uccidere il 50% di una popolazione campione di cavie. La conclusione fu che: “Al giorno d’oggi si stima che il livello di DL50 nella marijuana sia intorno ai 1:20.000 o 1:40.000. In parole povere significa che per morire, un fumatore dovrebbe consumare dalle 20.000 alle 40.000 volte il dosaggio normalmente contenuto in uno spinello. Dovrebbe quindi fumare circa 680 kg di marijuana in circa 15 minuti per avere un effetto letale”Per fare un confronto: il livello LD-50 dell’aspirina è intorno ai 1:20, il che significa che stando a questi parametri, più volte ripresi da ricercatori, attivisti ed esperti, l’aspirina è almeno mille volte più letale della cannabis. Non solo, perché per la maggior parte dei farmaci da prescrizione il rapporto è di 1:10.

Detto questo bisogna sottolineare che c’è un dibattito scientifico aperto sui possibili danni che un uso cronico di cannabis ad alti livelli di THC potrebbe causare, soprattutto in età adolescenziale, quando cioè il cervello non è ancora del tutto formato. Altri effetti collaterali possono comprendere sonnolenza, tachicardia ed ansia.

DANNI POLMONARI. Nelle persone che fumano regolarmente cannabis si osservano più casi di bronchiti croniche e sintomi respiratori peggiori: smettere di fumare permette di invertire la rotta, riducendo queste condizioni. Secondo il dottor Donald Tashkin, che ha effettuato diversi studi scientifici sulla questione, “il peso accumulato dalle prove implica rischi molto più bassi di complicazioni polmonari da uso pesante, anche regolare, di marijuana, rispetto alle gravi conseguenze polmonari del tabacco”. Secondo le conclusioni il fumo di cannabis potrebbe essere associato a bronchite cronica, ma gli studi non confermano che sia associato allo sviluppo del cancro del polmone, malattia polmonare ostruttiva cronica (BPCO) o enfisema.

CANNABIS E CERVELLO. Nel 2015 al congresso annuale della American Association for the Advancement of Science (Aaas, organizzazione che pubblica la rivista Science) gli studiosi si sono fatti varie domande sulla cannabis, chiedendosi anche quali potrebbero essere i possibili danni associati al consumo. Secondo Igor Grantpsichiatra della University of California di San Diego, tra i pochi scienziati che ha portato avanti trial con questa sostanza in America a causa delle leggi restrittive: “Non esiste alcuna prova di danni a lungo termine negli adulti”. Grant ha poi spiegato che in passato si era parlato di un possibile legame tra l’uso di cannabis e un aumento di rischio di sviluppare schizofrenia, ma studi successivi non avrebbero confermato questi risultati. L’unico rischio conosciuto nell’adulto, spiega lo psichiatra, riguarda dunque la bronchite cronica. Differente invece la situazione tra i più giovani. Uno studio avrebbe infatti dimostrato che un forte utilizzo della sostanza nell’adolescenza sarebbe collegato ad un minore quoziente intellettivo in età adulta (studio poi “sbugiardato” dalla stessa rivista che aveva pubblicato il precedente per non aver controllato i fattori confondenti). Gli studi più recenti si starebbero concentrando invece sull’imaging del cervello degli adolescenti, per scoprire in che modo la sostanza modifichi l’attività cerebrale di un sistema nervoso ancora in formazione e come incida sulla memoria a breve termine, sulla capacità di apprendimento o su problemi come la sindrome amotivazionale. Si tratta però di ricerche ancora nelle prime fasi, e, come spiega Grant: “Le evidenze raccolte al momento sono ancora estremamente deboli”. In un recente studio eseguito sui topi, è stato addirittura evidenziato come piccole dosi di THC potrebbero rallentare il declino cognitivo negli anziani. Nei topi giovani, invece, la somministrazione di THC ha compromesso le prestazioni di apprendimento e memoria.
PER APPROFONDIRE:
La cannabis non fa diventare stupidi: smentito lo studio che ha fatto il giro del mondo
Cannabis ed intelligenza: quali sono gli effetti del consumo?
Cannabis e cervello: il dibattito scientifico sugli effetti del consumo
Cannabis e cervello: la battaglia degli studi pro e contro

ANSIA. Il rapporto tra cannabis e ansia è complicato. Per alcune persone fumare porta a liberarsi da ansie, preoccupazioni e paure, generando fiducia e buon umore, in altre può provocare reazioni di tipo opposto, da lievi preoccupazioni a stati di negatività, fino a sfociare, in casi rari ma possibili, in veri e propri attacchi di paranoia. Mentre l’ansia è senza dubbio un fenomeno ricco di sfumature e strettamente connesso alla soggettività di ogni individuo, i ricercatori hanno però notato come i consumatori regolari di cannabis tendono a percepire una diminuzione dell’ansia, mentre gli utenti occasionali e quelli alle prime esperienze hanno maggiori possibilità di andare incontro a stati ansiogeni. Secondo una ricerca del 2009, inoltre, i fumatori assidui (o smodati) tendono a sviluppare condizioni ansiogene che si manifestano anche una volta cessato l’effetto della cannabis. Sostanzialmente, secondo questa ricerca un uso “regolare” è utile per controllare l’ansia, mentre un uso “smodato” può al contrario favorirne l’insorgenza o l’aggravarsi. Secondo una ricerca pubblicata su Leaf Science THC e CBD possono avere sull’ansia effetti opposti. Il THC è il principio attivo responsabile degli effetti psicotropi della cannabis e un suo abuso può alimentare stati di ansia o paranoia, appunto a causa della sua influenza sull’amigdala. Il CBD, all’opposto, agisce contrastando gli effetti del THC che alterano la mente. Al punto che alcuni studi hanno dimostrato che, se assunto da solo, può essere considerato un medicinale benefico contro l’ansia.

NOTA FINALE. Per concludere bisogna sottolineare che ci sono rischi associati a quasi tutto ciò che introduciamo nel nostro corpo. Troppo zucchero alla lunga può significare carie e diabete o assumere troppo sale nel tempo aumenta le probabilità di ictus. Le sostanze psicoattive non sono affatto le uniche ad avere rischi associati all’assunzione e la nostra linea è contro l’abuso e per un utilizzo responsabile (e questo comprende anche il consumo di cannabis dopo l’età adolescenziale).

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Mentre si moltiplicano i prodotti a base di CBD puro, dalle gomme da masticare al latte con aggiunta di CBD, passando per ovuli vaginali, collirio e cerotti transdermici, anche le principali seedbank europee ed americane, hanno iniziato a produrre genetiche di cannabis con un alto contenuto di questo cannabinoide, o hanno creato delle nuove versioni delle varietà presenti nel proprio catalogo, con un contenuto di CBD più alto.
Oggi, con la comparsa di queste nuove genetiche che spesso hanno contenuti di THC molto bassi, e complice la prima legge italiana che disciplina la canapa industriale, sono molti i lettori che ci chiedono se sia legale coltivare varietà di cannabis che abbiano un contenuto di THC sotto il limite previsto dalla legge sulla canapa industriale, e cioè lo 0,2%.
La risposta è no, perché la legge sulla canapa industriale prevede che sia legale coltivare varietà che siano state registrate a livello europeo e prevede inoltre che il coltivatore conservi le fatture di acquisto ed il cartellino della semente acquistata per un periodo non inferiore ai 12 mesi.
Per spiegarvi i motivi abbiamo contattato il dottor Giampaolo Grassi, primo ricercatore del CREA-CIn di Rovigo: “In Italia non si può, perché se non hai il cartellino è come se stessi coltivando della canapa illegale”, puntualizza spiegando che: “Il cartellino è quello che determina la liceità della coltivazione e per avere il cartellino la genetica deve essere stata registrata”. Quindi bisognerebbe che le seedbank interessare procedessero con la registrazione delle proprie genetiche. Alla domanda se sia un procedimento costoso Grassi sottolinea che: “Costa mediamente sui 5mila euro, ma il problema è arrivare in fondo alla procedura che va fatta da aziende strutturate o da istituti di ricerca pubblici; per un privato, anche dal punto di vista normativo, sarebbe complicato perché di solito sono aziende sementiere, iscritte ad un registro, che lo fanno di professione. E’ vero che chiunque può registrarsi, ma di solito sono aziende strutturate: certamente le seedbank olandesi o spagnole, ad esempio, se lo potrebbero permettere, ma non il singolo cittadino perché non è una cosa così semplice”.

Quando si parla di cannabis medica o terapeutica si intende la cannabis nel suo utilizzo dal punto di vista medico. La cannabis contiene infatti numerosi principi attivi, tra i quali i più importanti sono i cannabinoidi e ad oggi ne sono identificati oltre 100, che hanno diverse proprietà terapeutiche. Il nostro stesso organismo produce diversi endocannabinoidi, che si legano ai loro recettori, attivandoli. Si stratta del nostro sistema endocannabinoide che è è un complesso sistema endogeno di comunicazione tra cellule.

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A livello medico la cannabis in Italia può essere prescritta, grazie alla legge Di Bella del 1998, per qualsiasi patologia per la quale siano stati pubblicati studi scientifici su riviste accreditate. Le patologie per cuI viene maggiormente prescritta sono il trattamento del dolore cronico e neuropatico, il trattamento di sclerosi multipla e SLA, effetto stimolante dell’appetito nella cachessia, anoressia, perdita dell’appetito in pazienti oncologici o affetti da Aids. Studi recenti dimostrano ad esempio la validità della cannabis anche nel trattamento sintomatico del Parkinson, dell’Alzheimer o del morbo di Crohn, ma sono davvero molte le patologie sulle quali la ricerca moderna si sta focalizzando. Ad esempio la cannabis ad alto contenuto di CBD è al centro di diversi studi clinici per il suo potenziale anticovulsivante nel trattamento di forme di epilessia resistente ai farmaci convenzionali, soprattutto in ambito pediatrico.

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La cannabis si acquista nelle farmacie galeniche che effettuano questo tipo di preparazione.  Le varietà che importiamo dall’Olanda (Bedrocan, Bediol, Bedica, Bedrolite, Bedrobinol) si trovano ad un prezzo che varia tra i 18 ed i 20 euro al grammo, la varietà italiana FM2 ad un prezzo intorno ai 15 euro. Alcune regioni italiane, come Liguria, Toscana e Puglia, si sono dotate di una legge che permette la prescrizione a carico del servizio sanitario regionale, ma solo per le patologie indicate dalla legge stessa, ed in genere solo dopo che le terapie convenzionali non abbiano funzionato. Per tutti gli altri la cannabis resta a pagamento ed il costo della terapia dipende dal piano terapeutico indicato dal medico.

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