La genialità non è un affare asettico, così come non lo è la razionalità

C’è soltanto un caso, in cui l’uomo può augurarsi apposta perfino ciò che è dannoso, ciò che è sciocco, perfino ciò che è sciocchissimo, e precisamente per avere il diritto di augurarsi ciò che è sciocchissimo e non essere legato dall’obbligo di augurarsi soltanto ciò che è intelligente.

Queste parole Dostoevskij le mette in bocca al terribile protagonista di “Memorie dal sottosuolo”. E queste parole, al pari del protagonista, sono insopportabili e terribili, parole che andrebbero tenute per sé, mai confessate per vergogna nemmeno all’anima più affine alla mia.


Eppure, quelle terribili parole risuonano sinistre perché portano con sé una verità indicibile che oggigiorno risulta quasi eretica, nel positivismo imperante che ci circonda: reclamo il mio diritto di comportarmi da idiota poiché dentro ognuno di noi esiste una folla di idioti che non segue la ragione, il raziocinio, che non persegue il benessere e il vantaggio, proprio o collettivo che sia, ma brulica indistinta nel continuo tentativo di sovvertire gli equilibri così faticosamente costruiti dalla civiltà, dalla scienza, dalle opere buone e ragionevoli dell’umanità.

Chi vi parla è una persona piuttosto equilibrata e ragionevole, che sa porsi dei limiti e ha compreso alcuni dei meccanismi che permeano lo stare in società, ma che al tempo stesso non si permetterebbe mai di reprimere (o peggio rinnegare) la marmagliante folla di voci che serpeggiano sotto a ciò che ama definire “me stesso”. Ancor meno permetterebbe a qualcuno, indipendente o delegato che sia, di reprimere o impormi di rinnegare tale folla. E questo perché l’equilibrio che compone la nostra personalità è, appunto, un “equilibrio” (precario e transitorio) tra le diverse etnie psichiche, i diversi e contrastanti desideri, le concorrenti voci che prendono parte al gioco che infine chiamo “personalità”. Diverse razionalità e molteplici irragionevolezze, moltissime stupidità e una caleidoscopia popolazione di intelligenze, nazioni di imbecilli e paesi di geni, ecco da cosa è composto il mio animo. “Poiché ciascuno di noi era parecchi si trattava già di molta gente” scriveva Deleuze in coppia con Fèlix Guattari.

Se dico questo è perché la vulgata politica sempre di più preme per affermare un principio esattamente opposto, contro il quale Dostoevskij stesso, centotrent’anni fa, si scagliava: esiste un modo retto di comportarsi, di pensare, di condursi, deciso da pochi illuminati, e, al di fuori di qualsiasi consapevolezza, dobbiamo difendere tale rettitudine nel nome della giustizia. Ma questa non è giustizia, quanto piuttosto vendetta: la vendetta di chi non sa interpretare quelle proprie voci e, temendole, vuole spazzare via qualsiasi libera espressione individuale.

Con ciò non difendo i comportamenti abietti, i crimini, i “pensieri pericolosi”, anzi li condanno. Con ciò difendo la possibilità di trovare, nel mezzo delle libere espressioni degli individui, anche quelle inaccettabili e orripilanti, quelle gemme di genialità artistica e, perché no, scientifica che in passato hanno visto la luce solo perché la politica non si poneva il problema di reprimere a priori la moltitudine dalla quale inevitabilmente scaturivano.

La genialità è frutto di un equilibrio che non può essere insegnato, né tantomeno imposto. Devo difendere l’idiota dentro di me per poter dare fiato alle voci inaspettate e geniali, quelle voci che altrimenti sarebbero derubricate, dal politicamente corretto, alla sezione “danni collaterali”.

“La vita d’uscita si inventa” diceva Sartre. Ma come possiamo inventarla se la politica cerca di convincerci a chiudere le porte alla vera fonte dell’invenzione? Abbiamo bisogno più che mai oggi di persone che sappiano ripensare il mondo, che facciano emergere un modo imprevisto di guardare allse cose e ai problemi, e questa visione è di fatto un’invenzione. Quest’ultima non è affare asettico, non c’è possibilità di separare ragione da idiozia, prevedibilità da imponderabilità. E nel momento in cui decidiamo di farlo, stiamo minando la nostra capacità di inventare una via d’uscita, una novità, perché uccidiamo il principio stesso della genialità.

Difendo l’idiota dentro di me per poter trovare, dentro di me, una luce nell’oscurità.

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