Alcuni hanno cicatrici invisibili in posti impensabili. Molti riferiscono che nessuno ha creduto ai loro racconti di situazioni tremende…e questo è ancora più terribile. A seguito di un trauma, a volte la mente ci protegge facendoci dimenticare ciò che è meglio non arrivi alla nostra coscienza, altre volte invece può accadere che ci renda la vita molto più complicata di prima. Se il ricordo viene “nascosto” può riemergere, anche a distanza di 15-20 anni, a seguito di un evento simile a quello che l’ha scatenato. In tal caso il ricordo, anche se di molti anni prima, torna alla mente perfettamente, come se risalisse solo a “ieri”: questo fa riflettere su quanto sia complesso il nostro funzionamento.

Tutti subiamo traumi nel corso della nostra vita, ma solamente alcuni sviluppano in seguito un disturbo correlato all’evento traumatico, identificato anche come “lo sfortunato errore di un normale processo mentale”. Un trauma, per essere definito tale, deve implicare una situazione di pericolo, essere inaspettato, portare dei cambiamenti di pensieri e/o emozioni, nonché superare la capacità della persona di affrontare la situazione che si è presentata.

Le prime descrizioni delle sintomatologie post-traumatiche sono reperibili anche in testi molto antichi, come l’epopea di Gilgamesh e l’Iliade, mentre lo studio scientifico del trauma nasce durante il secolo scorso, più precisamente in tempo di guerra, quando i soldati tornavano ma “non erano più gli stessi”. La tradizione popolare li ha chiamati “scemi di guerra”; molti sono stati rinchiusi nei manicomi come se fossero irrimediabilmente irrecuperabili e di loro è stata persa quasi ogni traccia. Gli studi sulle sindromi post-traumatiche, che inizialmente avevano preso il nome di “nevrosi da guerra”, sono cominciati durante la prima guerra mondiale.

All’epoca della seconda guerra mondiale e di quella di Corea, gli psichiatri militari hanno ripreso gli studi precedenti dei colleghi ed iniziato a sviluppare i primi trattamenti per le sindromi traumatiche nei soldati. Gli studiosi che si sono spinti in trincea, hanno evidenziato che costringere l’uomo ad uccidere un suo simile ha effetti devastanti; su 100 combattenti, non più di 25 sparavano davvero contro il nemico, i rimanenti 75 restavano passivi o smettevano subito dopo aver iniziato (Marshall, 1947).

È con la guerra nel Vietnam che è aumentata la prevalenza delle sindromi post- traumatiche nei militari ed il fenomeno ha iniziato ad essere portato all’attenzione pubblica. Quello del Vietnam è stato il primo conflitto “asimmetrico”: il nemico poteva giungere da ogni parte, la guerriglia era imprevedibile; sul piano psicologico è stata la guerra più devastante in assoluto. Alcune statistiche dimostrano che il numero di suicidi dei soldati rientrati dal fronte ha superato il numero dei morti in battaglia.

I veterani che avevano sviluppato un disturbo, correlato ad un evento traumatico, ritornavano a casa cambiati, manifestandone tutti i sintomi; chi poi, per aver combattuto in nome del suo Paese, tornava mutilato, non aveva neppure l’opportunità di ottenere il riconoscimento del danno psichico e tantomeno il rimborso delle terapie psichiatriche, né dalle assicurazioni sanitarie private, né dal sistema della “Veteran Administration”. Da qui è nata dunque la necessità di diagnosticare tale problema e conseguentemente di avere anche la possibilità di trattarlo.

Attualmente, si sa che il disturbo da stress post-traumatico può insorgere a seguito di particolari avvenimenti, quali aver rischiato la vita, subito gravi lesioni, o violenze sessuali; ciò vale sia per sé stessi che per persone molto vicine e care. Anche l’estrema o ripetuta esposizione a dettagli crudi di eventi traumatici può portare allo sviluppo della psicopatologia, il che può accadere ai primi soccorritori.

Il disturbo post-traumatico da stress può riportare, come conseguenze principali, ricordi angoscianti, ricorrenti, involontari ed intrusivi, un’alterazione dei pensieri e delle emozioni associate, l’evitare luoghi e marcate reazioni fisiologiche. Possono esserci dei flashback che riportano la persona nella situazione traumatica come se stesse realmente accadendo in quell’istante, oppure può venire a mancare la possibilità di ricordare bene alcuni accadimenti; riguardo al sonno, solitamente vi è difficoltà ad addormentarsi o a dormire bene.

Talvolta i pazienti riferiscono che al momento del trauma si percepivano come dissociati da sé, che avevano la sensazione di essere bloccati dentro il proprio corpo, di non sentire più niente oppure addirittura di essere nel corpo del torturatore; più è alta la dissociazione all’interno dell’evento, più grande è il trauma.

Il disturbo da stress post-traumatico tende a cronicizzarsi e vi è un alto rischio che si formino altri problemi collegati: per questo motivo è il caso di intervenire il più precocemente possibile. Dal 2,5 al 10% delle persone hanno, o hanno avuto, questo tipo di disturbo e per loro vi è l’80% di possibilità in più, rispetto a individui senza tale diagnosi, di sviluppare altre patologie quali ansia, depressione o disturbo bipolare. Non tutti, però, sanno che esiste la soluzione a tale sintomatologia e spesso, per costoro, l’uso di sostanze stupefacenti è una sorta di automedicazione.

Le persone con questo disturbo tendono a rimanere intrappolate in ciò che è accaduto, tanto da fare molta fatica a concentrarsi sul momento attuale e a tornare a vivere con serenità, traendo un buon livello di soddisfazione dal loro tempo. La terapia regala la possibilità di trasformare il ricordo da paralisi mentale a patrimonio, permettendo di non essere più invasi dal passato e quindi di godere appieno il proprio presente, l’unico momento che conta davvero.

Comments are closed.