L’effetto collaterale più chiassoso dell’istituzione è l’anti-istituzione. Dai in mano ad un gruppo di persone una certa quantità di potere e stai pur certo che nell’arco di pochi istanti avrai un altro manipolo di persone, ad esso speculare, che si prenderà una corrispondente e complementare quantità di potere. Spesso si sente dire che la mafia è l’anti-Stato, ma non si dà a questa espressione la corretta connotazione. Dire che la mafia è l’anti-Stato non significa affatto affermare che essa sia contro lo Stato. La mafia è la perfetta corrispondenza allo Stato, e l’uno non può esistere senza l’altra. Non c’è possibilità di pensare ad un potere senza il suo corrispondente speculare, ma non certo alternativo.

Dire che la mafia è l’anti-Stato non significa perciò affermare che queste due entità siano in competizione, che l’uno desideri far scomparire l’altra. Significa al contrario affermare la loro complementarietà. Se analizziamo il modo con cui lo Stato gestisce la questione degli stupefacenti sul territorio, ci troviamo di fronte all’esempio perfetto di quanto affermato sopra.

Non è una novità dire che il proibizionismo è la latrina in cui la criminalità continua a sguazzare, ed è evidente che quando la legge proibisce qualche cosa non la sta eliminando dal discorso sociale, ma la sta nascondendo e delegando a coloro che agiscono al di fuori della legge. Quando la legge proibisce, coloro che agiscono al di fuori di essa trovano terreno fertile per crearne un business milionario. Infatti, è proprio a causa del proibizionismo intorno agli stupefacenti che il commercio illegale di cocaina fa della Calabria il punto apicale nell’economia della droga mondiale: se un “bene” viene estromesso dalla legalità, esso diviene un “male” poiché immediatamente depredato da coloro che se ne fregano della legge e che perciò potranno commerciarlo ritagliandosi non solo una nicchia di mercato capillare, ma soprattutto il guadagno incredibile di un monopolio clandestino.

La cosa fondamentale da comprendere è la seguente: il potere non crea il suo opposto, ovvero lo Stato non crea la mafia intesa come contraria al funzionamento dello Stato. Il potere crea piuttosto la sua completezza, in cui non esiste la possibilità di istituire una proibizione senza al contempo istituire la clandestinità, il contrabbando, l’illegalità. La mafia vive di proibizione, tanto quanto lo Stato vive di legalità, ma le due cose non sono contrapposte, sono complementari. Per questo la questione della legalizzazione dovrebbe essere al centro del dibattito sulla mafia. Perché non c’è alcun modo di sconfiggerla se non togliendo la latrina dalla quale si nutre, e quella è la latrina del proibizionismo. Il problema più forte in ciò è che senza la proibizione non ci sarebbe nemmeno più lo Stato, o perlomeno lo Stato perderebbe gran parte delle proprie prerogative, indebolendo fortissimamente il suo potere. Infatti, uno Stato che non proibisca diventerebbe uno Stato di mera gestione economica, perderebbe gran parte delle sue funzioni burocratiche e di controllo, e sarebbe infragilito al punto da diventare quasi superfluo.

Perciò, non solo la mafia non può fare a meno dello Stato che proibisce, poiché altrimenti scomparirebbe nella normalizzazione del commercio e dell’economia libera, ma al tempo stesso lo Stato non può fare a meno della mafia che giustifica molte delle sue prerogative, e senza di essa diventerebbe un apparato sottile, leggero, secondario. Per questo, i vari Peppino Impastato, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati abbandonati, prima di chiunque altro, proprio dallo Stato. Perché se metti in pericolo la mafia, metti in pericolo il Potere. E il Potere è la vera montagna di merda.

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