Molti dei lavori che la legalizzazione americana sta creando possono già essere svolti anche nel nostro Paese e nonostante in Italia la cannabis ricreativa non sia legale, i mille prodotti che si possono ricavare da questa nobile pianta hanno già oggi un impatto da non sottovalutare sull’economia italiana.
In questo momento c’è un grande fermento favorito dalla recente legge che ha regolamentato la canapa a livello industriale e dal dibattito politico e sociale sulla necessità di regolamentazione della cannabis. Sempre più soggetti si stanno avvicinando e investendo nel cannabusiness italiano.

Il fenomeno della cannabis light, e cioè le infiorescenze di canapa a basso livello di THC, ha cambiato il mercato dando ai coltivatori italiani una possibilità di reddito in più e mostrando a tutti la timidezza dei legislatori che nella legge non le avevano normate. Accanto ai prodotti italiani sono in vendita anche quelli svizzeri, che vengono proposti da aziende elvetiche o da aziende italiane che li importano. Se in Svizzera sono state normate come succedaneo del tabacco, da noi non c’è chiarezza: mentre la maggior parte delle aziende le propone come prodotto ad uso tecnico. A fine 2017 è stata presentata una risoluzione alle Commissioni Affari Sociali e Agricoltura di Montecitorio per consentire l’uso floreale ed erboristico delle infiorescenze da canapa industriale. Il fine sarebbe quello di avere una regolamentazione ad hoc in grado di colmare l’attuale vuoto legislativo.

Intanto secondo un studio privato preliminare commissionato a un ricercatore italiano e dottorando alla Sorbona, nonché collaboratore del Marijuana Policy Project, la cannabis light a regime potrebbe portare un fatturato annuo di 44 milioni di euro, 960 posti di lavoro stabili e 6 milioni l’anno di entrate fiscali per lo Stato.

La possibilità di guadagno ha attirato molti coltivatori interessati al fenomeno: produrre infiorescenze di qualità non è un’attività in cui si può improvvisare, anche se può essere svolta su piccoli terreni. La qualità dei fiori prodotti è in continuo miglioramento ed è una caratteristica alla base della riuscita di un buon progetto agricolo e imprenditoriale.

Altro fenomeno in espansione è quello delle coltivazioni di canapa realizzate per l’estrazione di principi attivi come il CBD. In questi casi si tratta in genere di ampi appezzamenti in cui le cime possono essere anche di qualità peggiore, l’importante in genere è la quantità prodotta.

Dall’altro lato continua la crescita di growshop, headshop ed hempshop, diverse tipologie di attività commerciale basate sempre e comunque su canapa e dintorni. Se con la denominazione growshop si dovrebbero intendere i negozi che vendono prodotti per la coltivazione come lampade e fertilizzanti, con headshop il riferimento è invece a tutti gli accessori utilizzati per fumare, dai grinder alle cartine, passando per mistiere, bong, set vari ed accessori. In realtà nella maggior parte dei negozi italiani i confini sono labili e si confondono facendo in modo che nella maggior parte dei growshop si trovino entrambi i tipi di prodotti senza distinzione, così come, a volte, i prodotti derivati dalla canapa industriale.
Un discorso a parte va fatto per affrontare una nuova tipologia di attività che si è affacciata sul mercato e cioè i cosiddetti hempshop, che puntando sulla sostenibilità, propongono sempre prodotti per la coltivazione e per i fumatori, ma focalizzandosi e dando maggior risalto al settore alimentare dei derivati del seme, a quello cosmetico, all’abbigliamento e in generale ai derivati della canapa industriale ed alle loro applicazioni.

Per capire meglio il fenomeno basti pensare che in 12 anni il numero dei growshop è quadruplicato passando dai 100 del 2005 agli oltre 400 del 2018. Negli ultimi anni si è registrata la crescita maggiore passando dai circa 250 del 2015 per arrivare agli oltre 300 nel 2016 e più di 400 nell’ultima edizione. Quindi ci sono voluti dieci anni per vedere nascere 100 nuovi negozi, e solo 3 per vederne nascere altri 160.
Insomma, in pochi anni siamo passati da piccole realtà pioneristiche, sicuramente ricche di entusiasmo ma che si basavano molto sull’improvvisazione, a realtà professionali altamente specializzate, con magazzini, dipendenti e sistemi di logistica complessi per gestire il tutto.

Fondamentalmente il business si è strutturato in 3 diverse forme: il negozio singolo di proprietà, le realtà che da un singolo negozio si sono sviluppate creando un franchising più o meno articolato, e i distributori che si occupano di rifornire anche gli altri negozi potendo garantire prezzi bassi grazie alle grandi quantità di merce trattata.

Sicuramente tra i fattori che hanno contribuito alla diffusione di questo tipo di attività c’è il fatto che ci si può lanciare in questo tipo di impresa con un investimento non eccessivo. Per chi decide di lavorarci in prima persona infatti, le prime spese saranno quelle relative all’affitto del locale e ai primi ordini per l’assortimento. Questo non vuol dire che sia un’attività facile da gestire, tutt’altro, ma sicuramente si è rivelata un’operazione sostenibile per molti piccoli imprenditori dal nord al sud della penisola. Il fatturato medio di queste attività dipende da diversi fattori (la capacità imprenditoriale del negoziante, la zona dove sorge l’attività, da quanto tempo è nata, etc) ma ad ogni modo ci sono singoli negozi che fatturano anche 35/40mila euro al mese, mentre ci sono aziende distributrici che hanno staff di 10/15 persone e che arrivano a fatturare milioni di euro l’anno.

Aprire un’attività di questo tipo non significa solo avere un’attività commerciale, ma diventare le antenne dell’antiproibizionismo sui territori, con tutte le implicazioni che ne derivano. Oggi sembra finito il clima di guerra che si respirava anni fa, quando, come successe nel 2008, più di 70 attività di questo tipo finirono sotto indagine. L’ultima assoluzione è arrivata nel 2015.
Nel frattempo i growshop italiani sono quasi 450 e la crescita non sembra destinata a rallentare.

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