Ogni volta che mi capita di vedere una nave da crociera, uno di quei giganteschi casermoni galleggianti ripieni di finto lusso per pensionati teledipendenti, sento avanzare lo sconforto. Non tanto per il carburante: ne consumano di più i cargo di banane del commercio equo. Mi angoscia il pensiero di questi 3-4mila ospiti naviganti, per la maggior parte anziani, che a colpi di una settimana dopo l’altra, urinano direttamente in mare tutti i loro farmaci mutuati. A casa loro, per la maggior parte, passerebbero da un depuratore. Ma non è così per le navi da crociera: non c’è depuratore, tutto finisce in mare, compresi i farmaci di questi viaggiatori. Secondo Friends of the Earth, nel 2014 le sole navi da crociera hanno scaricato in mare 3,7 miliardi di litri di liquami, per la maggior parte non trattati. Detersivi aggressivi, oli esausti, prodotti per l’igiene e farmaci, milioni di litri di farmaci.

Grazie a una campagna di prezzi aggressiva in cui il costo di una crociera è diventato abbordabile per chiunque, alla famiglia media conviene di più una settimana a bordo della casa popolare navigante che due giorni alla pensione Miramare a due stelle; con questo metodo si stanno portando in mezzo agli oceani una quantità enorme di molecole che non sappiamo nemmeno come possano interagire con l’ecosistema e la fauna acquatica. Si va dal fans per il mal di mare a cardiotonici, ma anche alla tremenda levotiroxina, uno dei farmaci e ormoni più prescritti in Italia, coinvolta nei processi di crescita. Sappiamo che effetti abbia scaricata nel mare? No. Per quel che ne sappiamo, potrebbe produrre alterazioni ormonali permanenti sulla fauna ittica, per ipotesi anche infertilità e incapacità di riproduzione, andando ad intaccare un intero biosistema. C’è anche chi si regala la crociera dopo un ciclo di chemioterapia, scaricando nel mare tossine radioattive che non dovrebbe portare nemmeno nel bagno di casa. Eppure, la maggior parte di questo disastro di cui si parla pochissimo, sarebbe evitabile se tutti avessero accesso alle cure alternative.

Nell’ultimo decennio diverse discipline olistiche sono entrate negli ospedali come supporto alle terapie o come terapia alternativa; ma la strada da fare è ancora lunghissima ed in Italia è anche ostacolata da interessi che sono molto più tollerati e presenti che altrove. Basti pensare alla situazione della cannabis terapeutica: nonostante sia legale da anni nel 2017 per diversi mesi è stata praticamente irreperibile nella maggior parte delle farmacie, portando i pazienti a dover interrompere i propri piani terapeutici.

Eppure basterebbe poco, pochissimo, perché alcuni farmaci di sintesi fossero sostituiti da analoghi fitoterapici che non hanno effetti devastanti sulla salute e sull’ambiente. Basterebbe che ci fosse libertà di cura, perché tutto alla fine passa da informazione e prezzo. Parto dall’ultimo, il prezzo. I fitofarmaci sono prescrivibili e ci sono medici più giovani o più illuminati che lo fanno, ma non sono mutuabili, quindi bisogna pagarli interamente. Ne consegue che, tra i 2-3 euro dell’aspirina che provocherà ulcere gastrointestinali e acufene, e i 15 euro del fitofarmaco che non darà effetti collaterali, l’italiano medio sceglie l’aspirina. Da una parte, è vero, è poco informato dai medici stessi e sappiamo bene quanti dottori siano indotti alla prescrizione di determinati farmaci dietro regalie delle case farmaceutiche. Dall’altra c’è però una stupidità di base nel risparmiare sulla salute, sul fidarsi ciecamente del medico o del farmacista, senza valutare che esattamente come l’idraulico e il fornaio, sono persone: a volte sbagliano, a volte sono disonesti, a volte gli interessa sopra a tutto il loro guadagno e non il nostro benessere. Ma in tutto questo sistema, conta anche un altro fattore perverso del sistema italiano: la non deducibilità dei fitofarmaci al di fuori dell’acquisto in farmacia. Per esempio, io le rare volte che ho bisogno di un fitofarmaco o di un omeopatico, lo acquisto in erboristeria. La spesa non è deducibile dalle spese mediche nella dichiarazione dei redditi. Ma se lo stesso identico preparato, stesso nome e marca, lo compro in farmacia, allora diventa magicamente deducibile. Quindi, riassumendo la posizione del sistema sanitario italiano: i fitofarmaci funzionano e pertanto sono deducibili se li compro in farmacia, ma gli stessi non funzionano e per questo non sono deducibili se li compro in erboristeria. Notevole.

Osteopatia, agopuntura, fitoterapia e omeopatia stanno, seppur lentamente, entrando negli ospedali. Da un paio di anni la Fondazione Policlinico Universitario Gemelli di Roma propone una terapia olistica integrata alle donne colpite da tumore mammario o ginecologico: consulenza nutrizionale, qi-gong, riflessologia, agopuntura. Sono pratiche che ormai nel mondo sono ben conosciute e riconosciute per le terapie integrate. In questo caso sono passate dal servizio sanitario, ma se con la stessa patologia si va in un altro ospedale, ci si sente probabilmente rispondere che non sono terapie ma acqua fresca, paragonate allo scioglipancia di Wanna Marchi.

Se qualcuno decidesse di curarsi un tumore mammario evitando la devastante chemioterapia e valutando per esempio un approccio medico diverso, come il digiuno igienista, in una clinica condotta da medici specializzati, allora il costo sarebbe tutto a suo carico, anche se le percentuali di successo sarebbero maggiori. Ovviamente l’italiano medio, davanti a una spesa di 4-5mila euro per la propria salute, opterà per le cure ospedaliere quasi gratuite. L’italiano medio ritiene corretto indebitarsi per l’auto che deve costare non meno di 15mila euro, ma ritiene che 4-5mila euro per la propria salute non valgano la pena. Ritiene, in pratica, che la propria vita costi e valga di meno di uno scooter.

Eppure basterebbe che il sistema sanitario si occupasse di fare un’informazione concreta sull’alimentazione, che è il nostro carburante: va inculcato a forza che, come mettendo benzina sporca nel serbatoio il carburatore si blocca, così immettendo cibo non sano nel nostro organismo, si blocca, si ammala, deperisce. Solo con questo passo, avremmo probabilmente metà dei malati e metà dei farmaci dispersi ovunque.

I farmaci più venduti in Italia sono quelli da banco e possono essere facilmente sostituiti con fitoterapici che non danneggiano la salute e non si limitano a coprire il sintomo. Pensiamo solo ai fans, i farmaci antinfiammatori non steroidei, che vanno dall’aspirina all’ibuprofene, al nimesulide e compagnia, venduti come farmaci da banco senza prescrizione. Alcuni addirittura sono vietati in altri paesi, per gli acclarati danni per la salute. La maggior parte dei malanni per cui vengono utilizzati i fans, sono facilmente prevenibili con l’alimentazione e un corretto stile di vita o con cure preventive, per esempio per rafforzando il sistema immunitario in autunno in previsione dell’arrivo dei virus influenzali.

Tutti i farmaci che risultano essere tra i più venduti in Italia sono sostituibili da principi attivi di origine vegetale molto efficaci, spesso più efficaci del farmaco sintetico. Solo per fare un paio di esempi non esaustivi: l’artiglio del diavolo (il nome sembra da fattucchiere ma è quello di una pedaliacea, l’Harpagophytum procumbens) è un antinfiammatorio efficace per tendiniti, infiammazione della cervicale, contusioni, sciatica, molti tipi di cefalea e tutte le forme di artrite. In alcuni paesi come il Canada e gli USA, l’artiglio del diavolo viene impiegato nella terapia dell’artrite reumatoide. Un altro caso lampante è quello della cistite, di cui soffrono il 25-30% delle donne italiane, tanto da rendere i farmaci a base di fosfomicina tra i più venduti in Italia. In realtà la cistite non solo è curabile definitivamente con la fitoterapia, ma addirittura i fitoterapici a base di estratto di semi di pompelmo sono molto più efficaci e possono far recedere gli attacchi in una sola ora, senza effetti collaterali e giorni di dolore. Eppure la maggior parte dei ginecologi continua a prescrivere barbaramente la fosfomicina e la ciprofloxacina, senza consigliare nemmeno di togliere dalla dieta gli zuccheri e i carboidrati raffinati che aiutano grandemente la proliferazione batterica. Sono poco aggiornati? Hanno studiato materiali vecchi? Hanno assorbito l’arroganza dello sfottò verso la medicina naturale tipica dei loro vecchi e decrepiti professori? Io in molti casi ritengo più probabile quest’ultima rispetto al grande complotto di Big Pharma.

L’ignoranza, anche quella medica, è spesso la spiegazione. Per trascorsi di vita che non sto a spiegare, riesco a capire subito quali medici fanno comparaggio (ovvero aumentare le prescrizioni di un dato farmaco, anche quando non necessario, per ottenere favori economici dall’azienda produttrice), lo capisco già prima di entrare nello studio e non mi serve vedere se hanno gadget sponsorizzati sulla scrivania. Eppure, la maggior parte delle terapie sbagliate e decisamente obsolete che ho ricevuto, venivano da medici che non facevano comparaggio. Non mi stavano prescrivendo qualcosa che li avvantaggiava con un’azienda farmaceutica, lo stavano facendo per ignoranza o per stupidità. Il medico di base che nel 2017 mi chiede dove prendo le proteine se non mangio carne e formaggio, è semplicemente un imbecille che andrebbe sollevato dall’incarico per evidente mancanza di competenza. Non è in combutta con Big Pharma ma con la sua ignoranza, è la versione autorizzata dal sistema sanitario del ciarlatano che pretende di curare il cancro con il peperoncino o con le ortiche e per questo viene denunciato. Uno è un medico, l’altro è un truffatore ma io non ci vedo differenze.

Così come è solo un catafalco di vecchie credenze quel medico che consiglia ancora la carne di cavallo per la carenza di ferro: non lo fa perché pagato da una fantomatica lobby dei macellai di equini, è solo un incosciente che ha studiato nel 1950 e non si è mai aggiornato, altrimenti saprebbe che c’è più ferro eme nel cacao o nella barbabietola che in qualsiasi tipo di carne. Fosse per questi soggetti, ci cureremmo ancora con salassi di sanguisughe.

In un paese ideale, in cui ci si cura davvero della salute della popolazione, staremmo assistendo a corsi di aggiornamento reali e obbligatori per i medici, all’introduzione dell’uso dei fitoterapici in tutti i casi in cui possono essere efficaci e all’istituzione di albi e controlli per medici e operatori olistici. Questa strada l’ha percorsa da molti anni, per esempio, la Svizzera, dove c’è libertà di scelta della cura e dove il cantone supervisiona e garantisce l’affidabilità del medico olistico, evitando così che i cittadini finiscano in mano a ciarlatani improvvismati. Finché invece la scelta è solo personale e a totale carico del cittadino, come in Italia, non solo c’è un proliferare di ciarlatani tra cui il cittadino si perde, ma i costi limitano queste cure alle sole classi abbienti o a quelle con maggiore cultura in materia.

Se la libertà di cura e una maggiore informazione sulle cure olistiche si imponesse finalmente anche in Italia, le conseguenze sarebbero eccezionali: non solo più salute per i cittadini ma anche minore spesa sanitaria per tutti e un inquinamento da farmaci e materiali radioattivi infinitamente minore.

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