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Il 2016 è nato sotto una cattiva stella per il rap italiano: la prematura dipartita di Primo Brown, straordinario e carismatico rapper romano, è difficile da somatizzare per tutte le hip hop heads. Il ricordo dell’mc dei Corveleno è tuttora vivido, rinfocolato, negli scorsi mesi, dal brano postumo “A pieno titolo” assieme a Danno dei Colle der Fomento, il pezzo rap più intenso e sentito di tutto l’anno.

Un anno che non sarà annoverato negli almanacchi per brillantezza e qualità discografica. Le prime delusioni sono arrivate da ciò che non è stato, ovvero dai lavori annunciati, sperati o presunti che non sono mai stati pubblicati: ancora niente da fare proprio per i Colle der Fomento, mentre Johnny Marsiglia e Big Joe hanno tardato sul ruolino di marcia. Mezzosangue ed Ensi non hanno confermato i rumors, mentre il secondo capitolo di “Ministero dell’Inferno” del TruceKlan pare essere stata solo una boutade.

La trap è stata il fenomeno dell’anno, per diffusione capillare ed eco – di certo non per peculiarità intrinseche o talento. I brani dei giovani esponenti del genere sono tra i più cliccati in assoluto e la realtà è stata sdoganata anche sui media generalisti, ma anche su autorevoli riviste di cultura e attualità. I dischi non convincono: l’esordio di Sfera Ebbasta, pubblicato dalla iconica Def Jam, ha avuto poco impatto. IZI, anche lui al primo album, non ha confermato le buone impressioni del singolo “Chic”, su produzione firmata da due big come Shablo e Mace. La trap rimane ancorata a singoli e ai relativi ottimi video ufficiali ed in particolare è Ghali a mantenere molto alto l’hype sul suo album, che dovrebbe arrivare in questo 2017.

Tornando ai rapper più scafati, di sicuro la delusione più grande proviene da Milano e risponde al nome di Jake la Furia: al secondo disco solista in tre anni, l’mc dei Club Dogo aveva la giusta occasione per riscattare il mediocre “Musica commerciale” e, soprattutto, offrire una prova di valore nell’anno in cui i suoi due soci storici, Guè Pequeno e Marracash, hanno deciso di unirsi in un lavoro di coppia che ha monopolizzato le attenzioni dei fan più accesi. “Fuori da qui” ha posto, invece, ulteriori dubbi sulla tenuta di Jake senza la spalla forte del suo team, in un album annacquato e poco coeso. Meno deludente, ma di certo inferiore alle aspettative, “Santeria” di Guè e Marra che, a parte qualche brano-bomba, non si è nemmeno avvicinato allo standard americano cui i due dichiaratamente aspiravano.

Tra i dischi più riusciti del 2016 troviamo gradite conferme, una super-novità, piacevoli rivincite e rapper assurti a vere e proprie certezze di affidabilità e qualità.

5. Egreen – More Hate
Senza l’assillo di un disco da fare uscire grazie a spontanei investitori tramite crowdfunding, come il precedente “Beats & Hate”, il rapper di origini colombiane torna quasi a sorpresa con ancora più odio in serbo e sempre senza compromessi da assolvere. Zero filtri e ghirigori, con liriche costantemente al limite del parental advisory per l’ennesima legnata sui denti dall’mc di Busto Arsizio. Brani migliori: “Meglio di scopare”; “Bataclan”.

4. Rkomi – Dasein Sollen
Entra in classifica con l’irruenza e la spensieratezza di un 20enne della periferia milanese questo “Dasein Sollen”, un EP di sette tracce in free download. Figlio dell’ultima ondata trap, il successo di Rkomi è stato improvviso, fino a meritarsi le attenzioni di pezzi grossi come The Night Skinny e Shablo. Arrogante e diretto, un antipasto davvero devastante per un prospetto di grande rapper. Brani migliori: “Sissignore”, “Dasein Sollen”.

3. Murubutu – L’uomo che viaggiava nel vento
Professore di storia e filosofia per lavoro, rapper per diletto: l’mc del collettivo La Kattiveria, tra le migliori espressioni di poetica ed impegno concesse all’hip hop italiano, persegue nel suo concept stilistico, il cui fulcro rimane lo storytelling. Definito come un vero e proprio libro di racconti, il nuovo progetto si fonda sul tema del vento, comune denominatore di storie e personaggi che danno vita ad episodi concentrati ed intensi. Uno stile di scrittura inusuale, il ricorso a frequenti figure retoriche e l’assoluta padronanza sono qui innalzati forse ai massimi livelli espressivi. Brani migliori: “Scirocco” con Rancore; “Levante” con Dargen e Ghemon.

2. Luchè – Malammore
L’ex rapper dei Cosang si è definitivamente scrollato di dosso un passato di rap di strada e prettamente underground, compiendo il salto di qualità che da tempo si attendeva da lui. Malammore completa il percorso avviato negli scorsi progetti, con un sound ormai consolidato ed una lirica convincente come mai prima d’ora: l’amore, la rivalsa, i valori sono le peculiarità di un disco maturo e fitto, probabilmente la conferma di una raggiunta compiutezza stilistica ed umana. Brani migliori: “O’ primmo ammore”; “Il mio ricordo”.

1. Salmo – Hellvisback
Quattro anni dopo “Midnite”, il rapper sardo inanella un altro, straordinario disco. In Hellvisback riecheggiano Elvis Presley, i Rancid e Sid Vicious, creando un’iconografia non usuale per l’hip hop italiano – riferendosi a modelli white, non più black. Un lavoro mai asservito alle dinamiche di mercato e major, in cui l’eclettico artista rappa, canta, produce e suona la batteria. “Hellvisback” è completo e trasversale, con citazioni e rimandi non sempre immediati, ma mai banali. Brani migliori: “L’alba”; “Black Widow”.

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