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Durante i miei primi anni da lavoratrice dipendente, ho continuato anch’io a parlare del mito di alcuni paesi del nord con 25 ore lavorative settimanali, mentre intraprendevo la mia carriera da 40-50 ore, più fine settimana a studiare e aggiornarsi. Era la norma.
 Arrivata a 28 anni ero già vittima della stanchezza cronica. Una volta mi sono svegliata in un albergo continuando a chiedermi in che città fossi e cosa dovessi fare lì. Non è un modo di dire, mi è successo davvero: è spaventoso. Non ti viene in mente che sia fatica cronica, pensi che ti abbiano drogato un aperitivo o che sia una forma di demenza precoce. Mi sono alzata, mi sono aggirata per la stanza cercando indizi con indifferenza, non volendo ammettere nemmeno con me stessa che dovessi aprire il portatile per ricordare. Mi salvò la carta intestata dell’hotel. Il nome della città. Non ho pensato di aver bisogno di riposo, ma di un integratore di vitamine in dosi massicce, una delle stampelle aleatorie dei trentenni in carriera.

In quella bolla che al tempo si chiamava net economy, il pensiero condiviso era questo: se non lavori almeno fino alle 21, non sei nessuno. Dall’ufficio uscivi solo per trasferte o per l’happy hour in cui incontravi altri come te. Schiavi postmoderni convinti di essere in corsa per una fantastica carriera, come se lavorassero nella sede di Google invece che in un palazzo annerito di smog a Sesto San Giovanni. Le “silicon valley” italiane sono più deprimenti di Scampia, lavorare in quel grigiore è la morte della creatività.

A 29 anni non mi ero ancora fermata, ero stanchissima ma continuavo con questi ritmi e tutto l’orgoglio di essere una donna che avanza in un mondo prevalentemente maschile, come se la soddisfazione di qualche progetto potesse ripagarmi di tutto il tempo di vita volatilizzato. Ho una foto di una vacanza in un posto esotico bellissimo, mentre passo il primo giorno dormendo sulla sdraio. Un’altra volta ho risposto a una chiamata di lavoro mentre cominciavo la salita del Kilimanjaro con addosso gli occhi del resto della compagnia, sconcertati.

Ci crescono nell’idea che chi è molto impegnato e ricercato sia vincente mentre chi ha molto tempo libero sia uno scansafatiche, un disimpegnato fannullone che poteva fare ma è stato troppo pigro per. Non mi sono liberata di questa mentalità calvinista per molto tempo, poi qualcosa è cambiato. Una sensazione di assurdità per le ore passate nel traffico, il pendolarismo casa-ufficio, le attese negli aeroporti, le trasferte inutili. Ripensandoci, riesco ancora a sentire la stanchezza palpabile e il senso di vuoto profondo.

2016-11-12-11-03-00-amHo provato a cambiare azienda, a passare da un ruolo di progettazione a qualcosa di più creativo ma le ore non accennavano a diminuire, anzi. Più avanzavo, più il carico aumentava, più la pressione era costante, l’orario di uscita la mattina erano le 6 e quello di rientro dalle 21 in poi. Mi ripetevano che «i sacrifici sono necessari», un discorso che non mi convinceva più. Un giorno, per consegnare in tempo un grosso progetto per un colosso delle telecomunicazioni, chiesi al mio team di restare oltre l’orario. Alle 3 del mattino finivamo i test ed esultavamo per la consegna, quanto eravamo bravi. Erano le 3 del mattino ed eravamo tutti al lavoro, tutte ore che non avremmo mai recuperato, ma eravamo soddisfatti. La soddisfazione, non quella di vivere, di essere, ma quella di lavorare: è il perno su cui gira lo schiavismo moderno dei creativi. Qualcosa si è rotto in quel momento, il giorno dopo ho dato il preavviso per licenziarmi, non ricordo quanto mi abbiano offerto per restare, ero troppo stanca per ascoltare. Quindici giorni dopo ero a casa con una partita iva. Non sono mai tornata indietro.

È giusto lottare per avere tutti 20 ore a settimana di lavoro, ma non posso cambiare da sola il mondo. Posso cambiarne un pezzetto, il mio pezzetto di mondo. Io ho deciso di non aspettare che cambino le leggi, non credo che succederà. Ho deciso di farmelo da sola un lavoro con i miei ritmi, senza pendolarismo, senza riunioni inutili. Tagliando tutto il superfluo, oggi ho una web company che ha come sede il piano di sopra di casa mia. Internet dà la possibilità di lavorare senza grandi strutture fisiche, senza grandi uffici, ognuno da casa propria. Diamo lavoro a programmatori, grafici, copywriter e illustratori che lavorano dal loro studio, sentirci in videoconferenza o di persona è identico. C’è chi lavora dalla spiaggia o dal bar davanti all’asilo del figlio mentre aspetta che esca. Io per esempio lavoro dalle 6.00 alle 14.00, sono 8 ore e mi lasciano mezza giornata libera per fare quello che voglio. A volte sconfino oltre le 14, altre volte mi prendo la giornata libera. Dipende dal lavoro che c’è. Non ho lo stipendio da favola di una volta, ma nemmeno ho quelle spese folli: sto molto meglio con meno.

Mi servirebbero probabilmente tutte le pagine della rivista per elencare le cose che ho potuto fare in questi anni senza l’obbligo di stare seduta in un ufficio in orari decisi da altri. Ho scritto molto, anche dei libri, pubblicati. Ho studiato parecchie materie che mi interessavano e mi hanno fatta progredire più di tutti gli studi universitari precedenti. Ho potuto aiutare tante persone e questo è stato un dono, un onore e una grande soddisfazione, vera. Ho ripreso a dipingere. Ho deciso di vivere in un posto magnifico invece di andarci in vacanza. Ho deciso di non lavorare per comprare tutto, ma di farmi gran parte di quel che ho bisogno da sola. Compro solo il necessario e destino il mio tempo, ovvero i miei guadagni, a viaggi, libri, divertimenti, cause in cui credo.

2016-11-12-11-03-21-amE se ci svincolassimo tutti da questi modelli preconfezionati da altri? Questione di forme mentali. Oggi mi capita di fare colloqui a ragazzi giovani che sono fissati con lo stipendio a tempo indeterminato, come se fosse l’unica fonte possibile di benessere. È solo un falso mito, per arrivare alla situazione di lavorare tutti e meno è anche necessario cambiare forma mentale. Sono libertà di cui ci si deve riappropriare perché i grandi sistemi sono più interessati ad avere soldatini ubbidienti da dopare con il falso mito dello stipendio sicuro, con apparenti sicurezze e tanta teledipendenza. Bisogna eliminare questo falso mito dello stipendio. Siamo così abituati a chiamare lo stipendio “guadagno” che abbiamo perso di vista il valore reale delle nostre competenze. Gli stipendi non sono altro che parti infinitesimali del guadagno che ottengono le aziende attraverso la vendita del nostro lavoro. Questo sistema ha contribuito su vasta scala alla fine della valorizzazione dell’individuo la globalizzazione ha mostrato come sia semplice, in assenza di valorizzazione del lavoratore, spostare la produzione all’estero con lavoratori di analogo valore ma inferiore costo. L’unico fine è incrementare il margine di guadagno dell’azienda, su prodotti che finirà per acquistare il lavoratore svalorizzato.

Per uscire da questa macchina di svalorizzazione dell’individuo e iper-produzione delle merci, molti hanno scelto di lavorare per sé stessi. Si può fare. È necessario cambiare radicalmente la propria mentalità nei confronti del denaro e del lavoro. Aspettare che lo facciano altri per noi, secondo me, è utopistico e ci condanna solo a vivere male.
Vuoi lavorare solo 20 ore la settimana? Fallo. Non ci sono altre soluzioni. Sei solo tu la tua soluzione.

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