La 52° edizione del Vinitaly si chiude con 128mila presenze da 143 nazioni. In aumento le presenze di espositori stranieri, un viaggio all’interno dell’enologia nostrana regione per regione, da Merano a Lampedusa i visitatori degustano calice dopo calice, vini rossi, bianchi e bollicine per poi sputarli “con garbo” all’interno degli appositi secchielli sparsi per la fiera.

Il vino come bene di consumo che funge da traino per le esportazioni del made in Italy, una fiera finanziata anche da enti pubblici, al cui interno sfilano in passerella politici di ogni schieramento; nessuno escluso, rigorosamente con un calice in mano.
Arrivano anche gli indirizzi di saluto da parte di figure istituzionali come Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, che afferma : “Vinitaly è un’eccellenza assoluta e un vero fiore all’occhiello per Verona, il Veneto e per l’intero Paese. Qui c’è l’Italia migliore, che lavora, che innova, che riesce a coniugare il lavoro nei campi con l’innovazione tecnologica e le nuove frontiere del commercio digitale”.

Eppure basti pensare che c’è stato un tempo in cui la parola proibizionismo si accostava all’alcol, prodotto illegalmente tra le campagne degli U.S.A. nonché primaria fonte di reddito per la criminalità organizzata d’oltre oceano, che ne detenevano il monopolio.

Cambiano i tempi e con essi anche il proibizionismo, oggi di fatto, l’unico vero “fiore” all’occhiello dell’Italia (come dice il neo-Presidente del Senato) viene rilegato ad un mercato sommerso e clandestino, su cui lucrano sempre e solo le mafie.

L’Italia al centro dei processi storico culturali che hanno visto nascere e crescere la produzione di Canapa da nord a sud, tanto da porci tra i leader mondiali nel settore. Mentre gli italiani riscoprono la Canapa attraverso lo sdoganamento di alcuni tabù, grazie al recente fenomeno sociale-economico, della vendita di infiorescenze di Cannabis Sativa L; la politica nostrana tace sul tema, nonostante nella passata legislatura siano state presentate diverse proposte di legge sul tema della legalizzazione, nonché l’intergruppo parlamentare “Cannabis Legale” lanciato da Benedetto Della Vedova, dapprima largamente condiviso ma presto snaturato e che alla fine non ha portato a nulla di fatto.

Ora sul tema interviene Pippo Civati, tra le prime firme del D.D.L. Della Vedova, che sul suo blog personale scrive: “Ora provate a immaginare se a Verona o in chissà quale altra città si tenesse una fiera della cannabis promossa dalle istituzioni. Con incontri dedicati alla ricerca scientifica, alle soluzioni terapeutiche, alla ricerca del prodotto di qualità, a campagne informative sul consumo consapevole e sul senso della misura (parola che sta anche per «disposizione di legge», guarda caso), con la pubblicazione di report e di indagini sull’evoluzione del mercato, finalmente legale.
Immaginate la pubblicità: il ritorno di un prodotto per cui l’Italia era leader mondiale, diffuso in tutto il territorio nazionale. La canapa che unisce il paese. Il filo – di canapa, ovvio – che attraversa le nostre province, che unisce passato e futuro, tra la riscoperta di antiche modalità di coltivazione e la tecnologia che tiene sotto controllo il prodotto e la sua qualità.”

Intanto negli States la legalizzazione della Cannabis ha portato benefici miliardari, investiti in sanità e prevenzione, nella diffusione di servizi sociosanitari d’avanguardia e che studiano nuove misure per migliorare l’approccio qualitativo, che consentirà di affrontare in modo moderno ogni dipendenza.
Inoltre la legalizzazione, in diversi stati Usa, a partire dalla California, ha innescato una dialettica del tutto nuova con il mondo del vino. Da una parte ci sono i viticoltori più borderline, che, uscendo dalla clandestinità, hanno iniziato a produrre vini aromatizzati alla marijuana, puntando su un connubio quantomeno ardito. Dall’altra, c’è chi, più pragmaticamente, vede nella marijuana un concorrente sul mercato dei consumi, tanto che dove è stata legalizzata le vendite di alcolici hanno segnato una flessione tutt’altro che trascurabile, un dato che è in perfetta tendenza con le stime europee che registrano la medesima flessione nelle città del vecchio continente in cui il consumo di cannabis è regolamentato/tollerato (Barcellona-Amsterdam-Lisbona).

C’è poi una storia, del tutto nuova, che racconta il cambiamento che sta vivendo il mondo agricolo meglio di tante parole. Flow Kana, produttore e rivenditore di marijuana biologica, che rifornisce più di 100 dispensari in tutti gli Usa, ha rilevato 32 ettari da una delle aziende enoiche più conosciute della Redwood Valley (CA), e non per produrre vino, ma per coltivare marijuana.
 Una notizia che non ha lasciato indifferenti i vicini e gli abitanti della valle, che non vedono di buon occhio il settore della cannabis, specie in una logica di concorrenza con il vino.

Sebbene eventi simili al Vinitaly in chiave espositiva per la Cannabis rimangano, purtroppo, mere utopie, volgiamo uno sguardo speranzoso a questa nuova legislatura; con la forte convinzione che ogni tipo di proibizionismo rappresenti, più che un ostacolo, un palese incentivo per i consumi di qualsiasi sostanza.

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