img2Esulo per una volta dal parlare della pianta del luppolo, per affrontare invece un argomento che preoccupa molto chi lavora nell’ambiente della birra artigianale: parlo del terrore che si scatena nel nostro cuore quando un cliente ti chiede una “doppio malto”. Siccome le nostre reazioni sono delle più svariate, dalle più intimiste (espressione fissa nel vuoto, fiato trattenuto) alle più violente (esci subito da questo locale), vorrei spiegarvi perché ci comportiamo così.

La categorizzazione della birra avviene tramite il calcolo dello zucchero disciolto all’interno del mosto, che viene espresso in grado Plato. Ad esempio, se abbiamo una birra con 10 gradi Plato significa che ci sono circa 10 grammi di zucchero disciolto per ogni litro di mosto. Questa unità di misura determina le varie categorie di birra: la birra “doppio malto” presenta un grado Plato superiore ai 15°.

Ora, vi rendete conto da soli che queste definizioni servono soprattutto agli organi che regolamentano le leggi sulla birra (Dogane, ASL, in generale Organi Statali). Purtroppo, il fatto che debba essere scritto per legge sull’etichetta ha creato molte incomprensioni. Chiedere una birra doppio malto è come chiedere in un ristorante carne bianca, o vino rosso: è una definizione troppo generica, che sottintende spesso superficialità e poca comprensione dell’argomento. Come già detto, la birra ha uno stile che è determinato dal lievito che viene usato. Ed essere generici è pericoloso, perché potreste ritrovarvi nel bicchiere qualcosa che non vi piace. Cheers!

Michele Privitera
Titolare de “Il Pretesto Beershop” di Bologna

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