Torna sulle prime pagine dei giornali il dibattito sulla legalizzazione della cannabis, e ad animarlo questa volta sono principalmente i giudici, che da uomini di legge si esprimono sull’utilità di rendere legali le droghe leggere al fine, innanzitutto, di rendere più sicure le città e togliere uno dei principali settori di guadagno illecito alla criminalità organizzata.

IL SASSO LANCIATO DAI MAGISTRATI NAPOLETANI. A lanciare il confronto sono stati un gruppo di giudici di Napoli in occasione di un convegno dal titolo “Prima (invece) di punire” organizzato nel capoluogo campano lo scorso fine settimana. Il Pubblico Ministero partenopeo Henry John Woodcock ha illustrato l’opinione espressa dalle toghe nel convegno in una lettera pubblicata su La Repubblica.  Nella lettera afferma: «Sarebbe la pena di cominciare a pensare a strategie di contrasto dell’illegalità che superino una impostazione meramente repressiva, e soprattutto bisognerebbe immaginare ad un progetto che in un futuro, speriamo non lontano, consenta di impiegare le “energie umane”, oggi impiegate nel mercato illegale della cannabis (e, di regola, sfruttate dalla criminalità organizzata), nell’auspicabile mercato legalizzato della stessa».

SOSTEGNO DA MOLTI GIUDICI IN TUTTA ITALIA. La presa di posizione lanciata da Napoli è stata subito raccolta da altri magistrati in tutta Italia. Tra questi, il nome di maggior spicco è quello di Nicola Quatrano, giudice avellinese, già nel pool di “mani pulite”, che sostiene: «Il proibizionismo di fronte a certi problemi sociali, che non si riescono a eliminare, è la risposta peggiore perché rinuncia a governarli, rigettandoli nella sfera dell’illegalità e accrescendo l’insicurezza. Se si riporta il tema nella legalità e si regolamenta l’uso delle droghe leggere ciò consentirà di governare il fenomeno». Favorevole anche Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anti corruzione, che afferma: «la legalizzazione è un modo per impedire ai ragazzi di entrare in contatto con la criminalità organizzata».

DIREZIONE ANTIMAFIA: SI SOLO AL MONOPOLIO. Favorevole alla legalizzazione anche il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, ma con una grossa distinzione: Roberti si dice contrario alla proposta di legge depositata alla Camera, in quanto ritiene che la coltivazione e il commercio di cannabis legale debbano essere ad esclusivo monopolio dello stato, senza alcun diritto all’autoproduzione. Lo ha spiegato in una intervista, sempre a La Repubblica, nella quale sostiene che «deve essere lo Stato nella sua centralità, e in via esclusiva, a occuparsi della coltivazione, lavorazione e vendita della cannabis […] mentre il diritto alla coltivazione da parte di privati o cooperative farebbe correre il pericolo che i criminali rientrino dalla finestra». Un punto di vista già espresso in passato da altri soggetti pubblici, e che come Dolce Vita abbiamo criticato (per una serie di ragioni sia pratiche che ideali) in questo articolo.

I GIUDICI FEDELI AL PROIBIZIONISMO. Per completezza dell’informazione va annotata come alcuni giudici si sono espressi invece per il mantenimento dello status quo proibizionista. In particolare il procuratore Gratteri (da tempo diventato nuovo punto di riferimento per i contrari alla riforma) e Valter Giovannini, procuratore di Bologna, il quale sostiene che la cannabis legale sarebbe «più costosa e meno attrattiva per i consumatori di quella coltivata dalla malavita e quindi non servirebbe a sconfiggere il fenomeno». Un punto di vista che, a nostro parere, proprio l’autoproduzione e il modello dei Cannabis social club tanto invisi a Franco Roberti potrebbero smentire, visto che permettono la coltivazione a prezzi di costo.

 

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