Maxima Acuna

Massimina Acuna è solo una contadina. Una donna semplice, addirittura schiva. Eppure è considerata una minaccia vivente, un pericolo pubblico per la sua ostinazione nel non vendere la sua terra situata di fronte alla straordinaria bellezza della Laguna Blu in un angolo suggestivo e remoto del suo Perù.

«Quella terra è mia. Quel territorio è di tutti noi, non di quella società che lo vuol distruggere per far soldi». La società in questione è la Yanacocha, uno dei produttori di oro più importanti del Sudamerica. Il terreno di Massimina è fondamentale per dare il via ad un progetto minerario di enormi dimensioni. Massimina sa bene che la sua vita è in pericolo. In questi anni le minacce si sono sprecate e tanti sono gli assassinati per essersi opposti allo strapotere delle aziende minerarie in Perù. Ora, dopo che la sua vicenda è stata posta sotto i riflettori della comunità internazionale, le pressioni continuano, ma in forma più subdola. «Se è questione di soldi, non c’è problema ma faccia presto, prima che accada qualcosa…». Massimina, ora insignita del “Green Nobel”, scuote semplicemente la testa. Un diniego senza parole, ma fermo. Con quelli non parla. «Io non mi vendo per soldi. Non vendo la mia terra, le mie idee, la mia cultura, la mia lotta».

Per un po’ di tempo il premio ricevuto la proteggerà. Poi chissà.

Non si contano i morti delle tante battaglie in difesa del territorio e della natura in giro per il nostro mondo. 
Troppo soli, quasi sconosciuti. Quando uno di loro viene eliminato, per qualche giorno se ne parla nelle cronache locali. Per pochi fortunati, alcune righe sulla stampa internazionale. Poi, niente. Silenzio. Un silenzio assordante. 
Una delle più grandi questioni dell’agenda mondiale è affidata al coraggio di alcune Massimina, alla loro caparbietà e dignità, alla loro disperata solitudine.

Il “Villaggio globale” è meno globale di quanto si pensi. Globali sono gli scambi finanziari, ben presenti nell’agenda dei poteri mondiali. Non sono mai divenuti globali gli interessi comuni dei popoli. Diritti umani, difesa del territorio, tutela dei lavoratori, pace e giustizia, salute ed ambiente, restano problemi tristemente ed inoffensivamente local. 
Si, inoffensivamente e peggio ancora, terribilmente perdenti. Queste grandi questioni o hanno respiro globale o non solo possono poco, ma segnano il decadimento di diritti e valori che si pensava, erroneamente, acquisiti per sempre.

Chea Vichea

Un esempio che forse la dice lunga è la vicenda terribile di Chea Vichea, giovanissimo leader sindacale delle lavoratrici tessili cambogiane. La grande produzione tessile occidentale, come tanta parte del manifatturiero, è stata delocalizzata a partire da un ventennio fa in aree a basso salario e diritti sindacali zero. Dalle nostre parti è significato una perdita spaventosa di posti di lavoro e diritti, nei paesi di arrivo la promessa bugiarda dello sviluppo. Da noi si è tentato di resistere, la famosa “difesa del posto di lavoro”, ma il risultato è stata una sconfitta massiva e massiccia dei movimenti dei lavoratori occidentali. Nelle aree di delocalizzazione, finiti i facili entusiasmi, a fronte di salari di fame e condizioni di lavoro a dir poco inumane, pian piano ci si è cominciati ad organizzare. Chea Vichea è stato il leader sindacale delle lavoratrici tessili del suo paese, divenuto terra delle più grandi marche internazionali, che si è battuto per cambiare il regime di sfruttamento messo in piedi. Lotte straordinarie ed eroiche, ignorate dai media internazionali, sottovalutate dalle grandi organizzazioni sindacali nostrane come se fossero del tutto marginali. Chea è riuscito ad imprimere una svolta salariale che ha portato in busta paga sessanta dollari invece dei 25 precedenti. Pochi giorni dopo, era appena uscito di casa, gli hanno sparato alla nuca, come un cane. Alcuni articoli sui giornali locali, qualche riga distratta su scala internazionale. Allucinante silenzio, stupidissimo silenzio. Quella lotta, quelle che sono venute poi sia in Cambogia che in Bangladesh e poi in Cina, ci riguardano da vicino.

Se crescono i diritti su scala globale, se aumentano i redditi su scala universale, solo allora, anche per noi, che si possa superare la china e riprendere la costruzione di un mondo delle donne e degli uomini. A testa alta.

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