Dopo aver passato un’adolescenza difficile la decisione che gli cambia la vita è quella di partire in solitaria per affrontare il giro del mondo senza aerei: “un gesto poetico nel mondo frenetico in cui viviamo”.

Non solo, perché viaggiare via terra significa scoprire poco a poco la realtà che ti circonda evitando di volare per centinaia o migliaia di chilometri ed essere catapultato in un’altra realtà. Significa apprezzare le sfumature visto che: “Ci sono mille modi per viaggiare, uno di questi è sicuramente ascoltare chi ha qualcosa di diverso e magnifico da raccontare. Perché il viaggio di ognuno di noi è fatto anche e soprattutto dalle persone che incontriamo sulla nostra strada”.

La sua prima avventura l’ha portato in giro per il mondo per 528 giorni, percorrendo quasi 100mila chilometri: da qui è nato il libro “Vagamondo: il giro del mondo senza aerei”. Poi, all’inizio del 2016 è stata la volta di “La fabbrica del viaggio: il manuale del Vagamondo”, un libro adatto a chi vuole “non solo fare una vacanza ma un vero viaggio in solitaria e via terra”.

La voglia di condividere le sue esperienze lo ha portato a scrivere ed a diventare l’editore di se stesso, con libri che hanno scalato le classifiche di vendita online. Oggi, dopo l’uscita di “Vagamondo 2.0“, il reportage del tour in Centroamerica, siamo andati a trovarlo per realizzare questa lunga e intensa video-intervista in cui Carlo racconta i suoi drammi, il suo rapporto con le sostanze stupefacenti e la sua visione della vita, oltre a diversi consigli per chi volesse provare a diventare un giramondo, o meglio, un vagamondo.

La prossima idea è quella di raggiungere il Sud Africa e da lì risalire fino all’Egitto. Ma c’è un però: “Non voglio neanche impormi che sia per forza un viaggio via terra”, ci ha raccontato, “perché non voglio diventare prigioniero delle mie costruzioni mentali ed impormi che le cose vadano fatte in un modo o nell’altro. Amo viaggiare via terra ma in Africa voglio essere più flessibile a nuovi cambiamenti di programma e nuovi progetti. Voglio che non ci siano regole, perché le regole spesso diventano dei limiti”.

A cura di Mario Catania e Matteo Gracis

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