La cannabis triplica il rischio di ipertensione? Lo studio viene sbandierato su tutti i principali giornali nazionali.
Il primo studio clinico di questo tipo dimostra che il THC ed il CBD, insieme ad un agente chemioterapico, ha aumentato la sopravvivenza dei pazienti affetti da cancro al cervello del 30%? Non ne parla nessuno.

Noi che scriviamo di cannabis da anni non ci stupiamo più, anche se si fa fatica ad abituarsi alla doppia faccia dell’informazione italiana, che è la brutta copia di quella scandalistica inglese.

LA CANNABIS TRIPLICA IL RISCHIO DI IPERTENSIONE? L’ultimo studio di cui si sta parlando tanto, solo perché metterebbe in luce dei possibili effetti negativi della pianta medicale più bistrattata della storia, dice: “Andrebbero fatti studi longitudinali per arrivare a capire il fenomeno, ad ogni modo, secondo i nostri risultati, la cannabis aumenta di 3,4 volte il rischio di ipertensione”. E come sono arrivati i ricercatori a questi dati? Hanno analizzato i dati di 1200 pazienti di 20 anni o più che erano stati reclutati precedentemente per uno studio nazionale sulla salute dei cittadini. Poi hanno incrociato i dati sulla mortalità del ministero della Salute USA. Ma c’è un problema: gli autori dello studio hanno considerato come “regolar user” e quindi come abituale consumatore di cannabis, anche chi aveva dichiarato di aver fumato una sola volta nella vita. E ci sono altri studi che suggeriscono come sia un ragionamento molto delicato da fare: secondo un recente sondaggio infatti, il 52% dei cittadini americani intervistati aveva detto di aver provato cannabis una volta nella vita, ma solo il 14% lo definiva come un “uso regolare”, che si traduceva nel fumare “almeno una volta al mese”. Ecco perché la ricerca è quanto meno approssimativa: è uno studio retrospettivo che pretende di fotografare la situazione dei fumatori di cannabis, senza però sapere in realtà quanti dei pazienti analizzati la consumassero regolarmente, e quanti invece l’avessero fumata magari una sola volta nella vita, invalidando di fatto il campione di studio. Inoltre, proprio perché è uno studio osservazionale, gli autori non hanno potuto scrivere che fumare cannabis alzi la pressione sanguigna, ma che: “Dai nostri risultati, l’uso di cannabis potrebbe aumentare il rischio di mortalità per ipertensione”. Senza considerare il fatto che in America, in generale, una persona su tre è affetta dall’alta pressione del sangue o ipertensione.

Inoltre il dottor Charles Pollack, che dirige il Lambert Center per lo studio della cannabis medicinale e non ha partecipato allo studio, ha detto a LiveScience che c’erano molti ceppi di marijuana “senza standard qualitativi”,  cosa che “rendeva difficile generalizzare” gli effetti. Come è risaputo infatti, di cannabis ne esistono diversi tipi, qualità e genetiche che variano i propri effetti a seconda della composizione chimica della sostanza, cosa che rende molto difficile generalizzare per arrivare a delle conclusioni predeterminate.

Ed un chiaro esempio è uno studio del 2006 guidato dal professor Raphael Mechoulam, considerato universalmente il padre della ricerca sui cannabinoidi, ed eseguito da Yehoshua Maor che per questo lavoro sull’efficacia dei cannabinoidi nel sistema cardiovascolare è stato uno dei vincitori del Kaye Innovation Awards di quell’anno. Nello studio veniva dimostrato che il CBG (cannabigerolo, uno dei cannabinoidi contenuti dalla cannabis), può avere un efficace effetto ipotensivo, abbassando quindi la pressione.

CANNABIS E PRESSIONE SANGUIGNA. Ad ogni modo, quali sono gli effetti della cannabis sulla pressione sanguigna? Studi suggeriscono che poco dopo il consumo, gli utenti occasionali sperimentano un aumento lieve o moderato della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca (dipende dal quantitativo assunto), seguito da un effetto ipotensivo modesto (diminuzione della pressione sanguigna). Il picco dell’aumento della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna si verificano entro 10 – 15 minuti dopo il consumo. Chi utilizza cannabis può sviluppare una tolleranza agli effetti iniziali in un periodo che varia dai pochi giorni a qualche settimana e l’uso ripetuto è stato associato ad un abbassamento della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna immediatamente dopo il consumo. Sono molti i racconti di pazienti che sostengono che la cannabis li aiuti a mantenere livelli sani di pressione sanguigna, un effetto sostenuto da studi di ricerca. Così come ci sono ricerche che suggeriscono, a chi ha problemi cardiovascolari, di evitare di fumare cannabis.

CANNABIS E INFARTO. Secondo un recente ed ampio report della National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine, le prove sono insufficienti per supportare o rifiutare l’idea che la cannabis possa aumentare il rischio di un attacco di cuore. Stessa conclusione alla quale è arrivata uno studio realizzato a San Francisco che ha analizzato 3617 afroamericani e caucasici per 15 anni: non ci sono connessioni tra il consumo di cannabis ed il rischio di attacco di cuore.

Però, secondo un report presentato all’American Heart Association nel 2000 dal dottor Murray Mittleman il rischio di un attacco di cuore dopo aver fumato cannabis aumenterebbe di 4 volte, la stessa percentuale di rischio di infarto che si ha quando ad esempio si fa sesso. Per poi scendere ad 1,7 dopo la prima ora. Il risultato è stato ottenuto dall’analisi dei dati di 3882 pazienti sopravvisutti ad un attacco di cuore. Di questi 124 avevano riferito di far uso regolare di cannabis e 77 che l’avevano fumata nelle 24 ore precedenti all’attacco.

Il dottor Mittleman è tornato sull’argomento nel 2008, con uno studio simile, realizzato su 1913 pazienti sopravvissuti ad un infarto al miocardio, concludendo che “c’è un possibile rischio nel consumare cannabis per i pazienti che hanno subito un infarto al miocardio”.

Nel 2012 Mittleman e colleghi hanno intervistato 3.880 uomini e donne di età compresa tra i 20 ei 92 anni che avevano subito attacchi di cuore per determinare con questo studio a quali attività si sarebbero dedicati poco prima di un attacco cardiaco, durante un periodo di tempo che i medici chiamano “periodo di pericolo”. 109 persone hanno affermato di aver fumato marijuana nell’anno precedente al loro attacco cardiaco.

IL RUOLO DEL SISTEMA ENDOCANNABINOIDE. Quel che è certo è che il ruolo dei cannabinoidi e degli endocannbinoidi che produciamo in rapporto alla pressione sanguigna (ipertensione ed ipotensione) andrebbe studiato meglio e senza preconcetti, perché è assodato che svolgano un ruolo importante. Secondo uno studio del 2001, ad esempio, sono proprio gli endocannabinoidi a portare all’abbassamento della pressione dopo un infarto al miocardio.
Secondo un’altra ricerca: “I cannabinoidi hanno effetti significativi e complessi sul sistema vascolare che non sono spiegati da un singolo meccanismo o da un unico sito di azione. Alcuni di questi effetti derivano dall’attivazione dei recettori CB1 e quindi condividono la specificità farmacologica degli effetti psicoattivi della marijuana”
Senza contare che ci sono ricerca che mostrano come la cannabis ed i suoi componenti possano essere utili nel trattamento dell’arteriosclerosi, patologia che causa il progressivo indurimento delle arterie. Uno studio pubblicato su Nature ed effettuato sui topi ha mostrato come piccole dosi di THC riducano la progressione della malattia, considerata una delle principali cause di infarti ed ictus. E sempre la cannabis è al centro di un nuovo trattamento in fase di studio, sempre per contrastare l’arteriosclerosi.

 

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