Gli effetti della cannabis sulla nostra mente sono un argomento dibattuto sul quale gli esperti non riescono a dare risposte univoche. Gli ambiti di studio sono molto vari e spaziano dallo sviluppo del cervello all’insorgenza di psicosi, passando per intelligenza, memoria, funzioni cognitive. Dall’altro lato sempre più evidenze scientifiche testimoniano come i cannabinoidi possano essere decisivi proprio nel combattere alcune patologie legate alla mente, come schizofrenia ed Alzheimer, oltre che aiutare a proteggere il cervello dai danni cerebrali contribuendo a prevenirli.
Nonostante aumentino gli studi che cercano di indagare in modo scientifico l’uso di cannabis e gli effetti sul nostro cervello, le risposte delle ricerche spesso si contraddicono. Ne avevamo già parlato su queste pagine e torniamo a farlo alla luce di nuove evidenze scientifiche.

In generale secondo il dottor Igor Grant, neuropsichiatra e direttore del Center for Medicinal Cannabis Research (CMCR) della University of California: “Nonostante l’opinione diffusa che l’uso di cannabis sia legato a danni cerebrali, le analisi di studi approfonditi neurocognitivi non riescono a dimostrare la correlazione uso di cannabis e un declino cognitivo significativo. Le analisi cerebrali producono risultati variabili, e gli studi meglio organizzati mostrano risultati nulli”. Secondo il dottore è plausibile ipotizzare che l’utilizzo pesante di cannabis in bambini e adolescenti potrebbe compromettere lo sviluppo del cervello o predisporre a malattie mentali, anche se i dati utilizzati negli studi prospettici sono carenti.

CANNABIS E STRUTTURA DEL CERVELLO
Nel 2014 i media mainstream non avevano perso tempo nel sottolineare uno studio della Northwestern University realizzato in collaborazione con il Massachusetts General Hospital e la Harvard Medical School, pubblicato sul The Journal of Neuroscience secondo il quale la cannabis poteva portare a dei cambiamenti strutturali nel cervello di chi la utilizzava. In America diverse associazioni hanno sottolineato come lo studio sia stato finanziato da vari “oppositori” della cannabis come l’Office of National Drug Control Policy (ONDCP). Ad ogni modo le tesi sostenute sono state smentite da una pubblicazione del 28 di gennaio 2015, sempre sul The Journal of Neuroscience, ad opera degli scienziati della University of Colorado Boulder e della University of Louisville, secondo i quali gli esiti del precedente studio non erano replicabili e quindi non scientifici. I partecipanti al nuovo studio, adulti e adolescenti, sono stati selezionati tra chi consuma cannabis quotidianamente e chi non ne fa uso, e analizzati tramite risonanza magnetica del cervello. Questa volta (a differenza della precedente) le persone che dichiaravano di fare uso di alcool (che può incidere sul cervello) sono stati esclusi dallo studio. I risultati sono stati chiari: “Non sono state trovate differenze significative tra chi consuma cannabis ogni giorno e non consumatori sul volume o la forma del cervello nelle regioni di interesse. Secondo i ricercatori: “In sintesi, i risultati indicano che, quando si controlla attentamente l’uso di alcool, sesso, età, e altre variabili, non vi è alcuna associazione tra l’uso di cannabis e il volume o la forma delle strutture sottocorticali”.
Idea confermata da uno studio da poco pubblicato su Addiction e curato da diversi ricercatori di università americane, inglesi ed australiane, condotto su 622 giovani adulti australiani con un’età media di 25,9 anni, l’uso di cannabis: “Non è correlato a modifiche nella struttura del cervello“. Gli studiosi hanno analizzato il volume di 7 regioni cerebrali, tra cui il talamo, l’ippocampo e l’amigdala mediante risonanza magnetica (MRI). Al contrario l’elevato consumo di sigarette è stato associato ad un volume del talamo significativamente più piccolo.

CANNABIS E QUOZIENTE INTELLETTIVO
Che cosa dire allora degli studi che sostengono che fumare cannabis possa indurre a psicosi o causare un calo del quoziente intellettivo? Quello della Duke University in Oregon del 2012, che sosteneva che fumare cannabis abbassa il quoziente intellettivo, è stato messo in discussione dalla stessa rivista che aveva pubblicato lo studio originale per non aver controllato i fattori confondenti. Poi, nel mese di ottobre 2014, l’European College of Neuropsychopharmacology (ECNP) ha pubblicato durante il congresso annuale i risultati di un ampio studio che hanno mostrato, secondo gli autori, che: “Non esiste nessuna correlazione tra un utilizzo moderato di cannabis in età adolescenziale e i risultati degli esami o sul loro quoziente intellettivo”. Per giungere a questa conclusione i ricercatori hanno analizzato 2.612 bambini, nati in Inghilterra tra il 1991 e il 1992, facendo loro diversi test sull’intelligenza all’età di 8 anni e poi di nuovo a 15. Alcuni, per diversi motivi, non sono stati ritenuti idonei, per cui il campione finale è di 2235 ragazzi. “Nessuna relazione fra utilizzo di cannabis e riduzione del QI all’età di 15 anni, tenendo in considerazione gli altri fattori di disturbo come l’uso di alcool, tabacco, educazione e rapporto con scuola e famiglia”, mentre chi ne faceva un uso pesante all’età di 15 anni “ha avuto performance peggiori negli esami fatti all’età di 16 anni del 3%”. Secondo Claire Mokrysz dell’University College di Londra, si tratta “di un messaggio potenzialmente importante per la salute pubblica perché pensare che la cannabis sia particolarmente dannosa può distrarre l’attenzione dagli effetti negativi di altri tipi di comportamenti o sostanze come alcol e sigarette”.

CANNABIS, PSICOSI E SCHIZOFRENIA
L’opinione di molti esperti è che non ci sono prove certe che la cannabis sia una fattore determinante, ma il dibattito scientifico è aperto. Ad esempio una pubblicazione dei ricercatori delle Harvard University Medical School su Schizophrenia Research spiega che: “Non c’è ancora un prova scientifica definitiva del fatto che l’uso di cannabis possa causare psicosi”.
In un altro studio pubblicato nel giugno 2014 sempre su Schizophrenia Research della durata di quattro anni nei quali sono stati seguiti 170 individui ad alto rischio di psicosi, i ricercatori hanno concluso che l’uso di cannabis non ha avuto alcun effetto sullo sviluppo del disturbo. “I risultati hanno rivelato che un moderato uso di alcool, ma non l’uso di cannabis né del tabacco, hanno contribuito all’insorgere di psicosi nel campione ad alto rischio clinico”, ha scritto l’autore principale dello studio, il dottor Jean Addington dell’Università di Calgary. Allo stesso modo in uno studio del dicembre 2012 pubblicato su Psycological Medicine, rivista online dell’Università di Cambrige, i ricercatori spiegano di aver seguito per 6 anni 101 ragazzi di età compresa tra i 12 e i 22 anni in cura presso un ospedale psichiatrico di New York considerati ad alto rischio e che i dati attuali: “Non supportano il fatto che un basso o moderato consumo di cannabis sia collegato ad un maggior rischio di sviluppare psicosi o disagi a livello sociale in giovani ad alto rischio”.
In questo studio pubblicato sulla rivista Neuropsychopharmacology, alcuni ricercatori olandesi e britannici hanno preso in cosiderazione 66 studi precedenti su CBD e psicosi, e hanno concluso che il composto offre una serie di vantaggi rispetto ai farmaci attualmente utilizzati. Gli autori sottolineano che il CBD, a differenza della grande maggioranza dei farmaci, sembra non avere effetti collaterali evidenti e nessuna dose letale. E diverse evidenze scientifiche, compresi gli studi su animali e pazienti umani, supportano la sua efficacia come antipsicotico.
“Il cannabidiolo (CBD) potrebbe essere efficace nel trattamento delle psicosi: i pazienti trattati con il CBD hanno mostrato una significativa riduzione dei sintomi e gli psichiatri che li seguivano li hanno valutati come migliorati nel complesso”. E’ la conclusione alla quale è giunto Philip McGuire, il ricercatore che ha guidato un nuovo studio clinico presso il King’s College London’s Institute of Psychiatry, Psychology & Neuroscience e pubblicato sul The American Journal of Psychiatry su pazienti con psicosi trattati con CBD. Nelle le conclusioni si legge che: “Questi risultati suggeriscono che il CBD ha effetti benefici nei pazienti con schizofrenia. Poiché gli effetti del CBD non sembrano dipendere dagli antagonisti dei recettori della dopamina, questo composto può rappresentare un nuovo tipo di trattamento per il disturbo”.

CANNABIS E FUNZIONI COGNITIVE
Secondo una scoperta scientifica molto recente fatta dai ricercatori dell’Università di Bonn e della Hebrew University di Gerusalemme la cannabis potrebbe rallentare la degenerazione del cervello negli anziani. Hanno somministrato piccole dosi di THC su topi di diverse età: 2 mesi, quando sono ancora giovani, 12 mesi, quando iniziano a manifestare segni di declino cognitivo e 18 mesi, quando sono ormai anziani.
I ricercatori hanno poi testato le capacità mnemoniche e di apprendimento dei roditori, confrontando i loro risultati con quelli di topi che avevano ricevuto un placebo ed i risultati sono stati pubblicati su Nature Medicine in uno studio intitolato “A chronic low dose of Δ9-tetrahydrocannabinol (THC) restores cognitive function in old mice”. Sia a 12 che 18 mesi di età i topi che avevano ricevuto il THC hanno mostrato funzioni cognitive paragonabili a quelle dei giovani di soli due mesi. Mentre nel gruppo di controllo, gli animali a cui è stato somministrato il placebo, il declino cognitivo si è iniziato a manifestare come previsto intorno ai 12 mesi di età. Nei topi giovani, invece, la somministrazione di THC compromette le prestazioni di apprendimento e memoria. Il cambiamento nel comportamento negli animali più anziani è stato associato ad un ripristino dei modelli globali di espressione genica nell’ippocampo, che sono tornati a mostrare un profilo simile a quello osservato negli animali giovani. Da non sottovalutare l’importanza del sistema endocannabinoide, visto che l’azione del THC avverrebbe in primo luogo attraverso l’interazione con i recettori per i cannabinoidi endogeni tanto da far scrivere ai ricercatori che: “Il ripristino della segnalazione CB1 nei soggetti anziani potrebbe essere una strategia efficace per curare i disturbi cognitivi legati all’età”. Ora i ricercatori chiedono di poter condurre nuove ricerche, con l’obiettivo di arrivare a sperimentare il THC sui pazienti.
Una nuova evidenza scientifica arriva da uno studio appena pubblicato su JAMA Psychiatry dai ricercatori del dipartimento di psichiatria dell’Università di Philadelphia, insieme ai colleghi del Philadelphia VA Medical Center e a quelli dell’ospedale pediatrico della città. Dopo aver effettuato una revisione di 69 studi sugli effetti della cannabis sulla funzione cognitiva nei giovani, sono giunti alla conclusione che “le associazioni tra uso di cannabis e funzionamento cognitivo negli studi trasversali di adolescenti e giovani adulti sono minime e possono essere di dubbia importanza clinica per la maggior parte degli individui. Inoltre, l’astinenza di più di 72 ore diminuisce i deficit cognitivi associati all’uso di cannabis”.

CANNABIS E NEUROPROTEZIONE
Il concetto di neuroprotezione è stato più volte associato al THC o ai cannabinoidi in generale. Secondo quando scoperto dai ricercatori israeliani dell’Università di Tel Aviv, sembra che una bassa concentrazione di  THC, il  principale principio attivo, nonché componente psicoattivo della marijuana, sia in grado di proteggere il cervello dai danni causati da lesioni, convulsioni e ipossia (mancanza di ossigeno, ndr). Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Behavioural Brain Research and Experimental Brain Research, infatti, mette in evidenza come dosi minime di questa sostanza, possano avere un ottimo effetto sulle cellule cerebrali, preservando così nel tempo le varie funzioni cognitive.
In altri due studi (qui il link al primo studio, e qui il link al secondo) eseguiti sui topi dai ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Haifa, guidati dal dottor Irit Akirav, la cannabis si è dimostrata efficace nel ridurre l’impatto dei disturbi al cervello legati allo stress. Riguardo a questi studi pubblicati su Neuropsychopharmacology, in entrambi i test si sono rivelati importanti i recettori CB1 e, anche se sono necessarie ulteriori ricerche, il dottor Akirav ei suoi colleghi concludono che l’attività dei cannabinoidi potrebbe essere un “nuovo approccio per il trattamento dei deficit cognitivi che accompagnano depressione da stress e altri disturbi neuropsichiatrici legati ad ansia e stress”.
Sembra inoltre che il THC possa aiutare a proteggere dalle lesioni cerebrali traumatiche, arrivando a ridurre il tasso di mortalità tra coloro che subiscono questo tipo di incidenti. A sostenerlo è un gruppo di ricercatori del Los Angeles Biomedical Research Institute (LA BioMed) che hanno mostrato in uno studio pubblicato su The American Surgeon come i pazienti positivi ai livelli di THC abbiano avuto una probabilità di sopravvivenza di gran lunga superiore rispetto a quelli che non presentavano alcuna quantità di tale sostanza nel loro corpo. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno esaminato 446 volontari che hanno subito lesioni traumatiche a livello cerebrale, 82 dei quali avevano un buon livello di THC nelle urine. Tutti i pazienti hanno subito lesioni di entità simile, ma una notevole differenza è stata evidenziata nel tasso di mortalità. Tra le persone positive al THC il tasso di mortalità è stato del 2,4%; negli altri pazienti era decisamente più alto: l’11,5%, ovvero circa cinque volte tanto.
Infine i uno uno studio del 2013 pubblicato su The American Journal of Pathology, il dottor Yuri Persidsky e il suo team hanno studiato il ruolo di questi recettori utilizzando colture di cellule umane. Hanno concluso che l’attivazione di recettori CB2 potrebbe ridurre il danneggiamento del tessuto cerebrale. Nello specifico accade che l’attivazione selettiva dei recettori CB2 nei leucociti, blocca dei processi chiave nella migrazione dei monociti, impedendo loro di attraversare la blood-brain barrier e cioè barriera emato-encefalica, prevenendo le neuro-infiammazioni.

CANNABIS ED ALZHEIMER
Dalla cannabis può arrivare un aiuto per trattare l’Alzheimer: i suoi componenti infatti combattono e aiutano ad eliminare la proteina tossica beta amiloide, che causa questa forma di demenza. Lo sostiene uno studio i cui risultati preliminari sono stati pubblicati sulla rivista Aging and Mechanisms of the Disease, partner della celebre rivista scientifica Nature, dai ricercatori del Salk Institute in California. Anche se già altri studi avevano dimostrato che i cannabinoidi possono avere un effetto neuroprotettivo contro i sintomi dell’Alzheimer, aggiunge David Schubert, coordinatore dello studio, “il nostro è il primo a dimostrare che hanno effetto sia sull’infiammazione che sull’accumulo di beta amiloide nei neuroni”. Lo studio è stato condotto su neuroni coltivati in laboratorio ma secondo gli autori questa scoperta potrebbe aprire la strada allo sviluppo di nuove armi terapeutiche contro la malattia: ad ogni modo i ricercatori invitano alla cautela, sottolineando che i cannabinoidi dovranno essere testati all’interno di trial clinici.
Secondo uno studio del 2014 pubblicato sulla rivista European Journal of Medicinal Chemistry dai ricercatori dell’Istituto di Medicina del Consiglio superiore di ricerca scientifica spagnolo (CSIC), i cannabinoidi possono migliorare la vita dei pazienti affetti dal morbo di Alzheimer. I cannabinoidi agiscono su percorsi specifici presenti anche nel cervello chiamati recettori e, secondo il team, precedenti studi sul ruolo dei cannabinoidi nel morbo di Alzheimer suggeriscono una serie di vantaggi. Nei recettori CB1 la loro attività sembra preservare le funzioni cognitive mentre nei recettori CB2 può aiutare a proteggere il cervello.
Non solo, perché l’attivazione cerebrale dei recettori CB2 in modelli animali ha l’effetto di far recuperare molte funzioni cognitive perse a causa del morbo di Alzheimer. E’ il risultato di uno studio pubblicato sul Journal of Medicinal Chemistry nato da una collaborazione a 3: in Germania studiavano i lignaggi che potessero attivare il recettore, il ricercatore Ivan Nabissi dall’Università di Camerino faceva dei test di biologia molecolare e cellulare per confermare quelli più sensibili, e poi i risultati sono stati mandati all’Università di Montpellier dove hanno dei modelli animali in cui sviluppano l’Alzheimer e poi testano i farmaci per vedere se riprendono delle funzioni cognitive. “Uno dei test è quello di farli passare sulla piastra calda”, aveva spiegato Nabissi a cannabisterapeutica.info, sottolienando che: “In genere quando ha l’Alzheimer si dimentica il percorso in cui c’è questo ostacolo e ci passa sopra. Trattandoli con questi agonisti dei cannabinoidi riuscivano a recuperare la memoria a breve termine per percorrere la strada giusta”.

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