Abbiamo tutti sentito parlare dei bitcoin, la valuta virtuale inventata nel 2009 da una o più persone sotto lo pseudonimo di “Satoshi Nakamoto”. Molti avranno anche letto o sentito del recente rapidissimo aumento del valore di questa criptovaluta, ma forse pochi sono a conoscenza di uno degli aspetti più allarmanti e per niente virtuali di tale incremento di valore: il grande impatto a livello ambientale dovuto all’incredibile aumento, quasi esponenziale, del consumo di energia elettrica necessaria per “estrarre” i bitcoin durante la validazione delle transazioni e per raffreddare i server utilizzati per questo scopo.

Nel 2009 si poteva “estrarre” (minare) un bitcoin con un semplice PC in un tempo relativamente breve e consumando poca energia; ora questo è impossibile.

Il processo di estrazione (mining) di bitcoin prevede l’uso di processori sempre più veloci per effettuare complessi calcoli matematici e trovare il codice che permette di chiudere un “blocco” (contenente le transazioni in un dato periodo) e convalidarlo. Il sistema Bitcoin prevede che, all’aumento della potenza di calcolo dei processori utilizzati a tale scopo, corrisponda un aumento della difficoltà delle operazioni richieste, in modo da mantenerne costante il numero di blocchi da aggiungere in un registro pubblico distribuito, formato da una catena di blocchi collegati (blockchain). I miner sono in competizione tra di loro per ottenere questo risultato ed essere ricompensati dal sistema (e questo è l’unico modo in cui si possono generare nuovi bitcoin).

Lo strabiliante aumento del valore di questa valuta degli ultimi anni ha generato enorme interesse per i bitcoin e, in generale, per le criptovalute che sono state create negli anni come Ethereum, Ripple, Litecoin, e molte altre. Questo ha determinato un grande afflusso di miner alla rete ed una costante richiesta di processori sempre più potenti (ed energivori), che vengono sempre più localizzati in Stati in cui l’energia elettrica è a basso costo; ormai il processo di estrazione richiede una tale quantità di operazioni da rendere necessario l’impiego di mining farm, enormi data centre, con conseguente impennata dei consumi di energia elettrica. Un altro fattore che desta preoccupazione è il fatto che la maggior parte dell’attività estrattiva (58%) avviene prevalentemente utilizzando centrali alimentate da carbone in Cina, dove questo tipo di elettricità costa poco.

Secondo Digiconomist, un sito che offre analisi e opinioni sulle criptovalute, al momento il valore stimato di consumo annuale di energia elettrica delle attività connesse ai bitcoin corrisponderebbe a 48 TWh, una quantità sufficiente ad alimentare oltre 4,4 milioni di abitazioni negli Stati Uniti e paragonabile al consumo di un piccolo stato come l’Ecuador, contribuendo attivamente al riscaldamento globale. In termini generali ciò corrisponde attualmente allo 0,21% del consumo energetico mondiale ma, data la natura esponenziale del processo e continuando con questo tasso di crescita, in pochi anni l’attività di estrazione di bitcoin potrebbe arrivare ad utilizzare tutta l’energia elettrica mondiale.

Sebbene si stia cercando di ottimizzare l’utilizzo di energia elettrica del mining, sia utilizzando fonti energetiche rinnovabili sia introducendo meccanismi di validazione meno energivori che non si basino sulla complessità di calcolo (come il cosiddetto proof-of-stake già usato dall’Ethereum), questi cambiamenti richiedono tempo e non è detto che saranno implementati.

Anche se il bitcoin è stato originariamente creato al fine di dimostrare come sia possibile fare a meno di un sistema monetario centralizzato, l’intero processo di estrazione è ormai diventato un’attività di profitto di cui beneficia solo una sezione microscopica della popolazione mondiale ma le cui ripercussioni saranno globali. La domanda da porsi quindi è: il sistema Bitcoin sarà in grado di autocorreggersi per annullare o quantomeno limitare il suo prossimo devastante impatto sull’ambiente?

a cura di Federica Pojaga

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