Bassi Maestro è uno dei nomi più influenti dell’Hip Hop italiano. Un vero e proprio tuttofare, ma soprattutto un nome che mette d’accordo tutti. Ora è arrivato “Mia Maestà”, un disco che arriva dopo più di venti anni di carriera di una leggenda.

Come si arriva a fare un disco rap a 43 anni?
Credo sia inusuale per i canoni del rap italiano perché c’è questo fraintendimento che il rap in Italia sia una musica fatta da e per adolescenti; l’America insegna che non è così, nel senso che ci sono artisti ancora in attività che hanno passato ampiamente i 50 anni e che hanno regalato molto sia alla discografia che ad altri aspetti dell’industria e dell’imprenditoria in generale: c’è uno skit nel disco, parole di Freddie Foxx, che dice proprio questo. Quando ti proponi con della musica nuova ad un pubblico come quello attuale non puoi parlare un linguaggio incomprensibile, quindi ho cercato di fare un disco che non tradisse il mio modo di fare musica ma che potesse raggiungere anche un ragazzino. Molti ragazzi mi dicono che è il primo disco mio che ascoltano: per me è un’assoluta novità.

La tua maturità ha rappresentato una forma di responsabilità?
È un po’ di anni che la sento. Passati i 35 anni mi sono accorto che non mi riconosco più in una serie di cose che ho detto anni fa: quando sei leggero il tuo messaggio non viene recepito al 100%. Io non credo nel rap pulito, senza termini forti, senza imprecazioni: non è più il rap nel suo linguaggio chiave. Uno può fare anche dischi senza dire nulla, ma dovrebbe evitare di lasciare messaggi negativi, soprattutto in un momento storico come questo.

Nel rap italiano stiamo dando tutto per buono?
Dal mio punto di vista è tutto soggettivo. La fruizione della musica va di pari passo con chi l’ascolta: non a caso adesso stiamo attraversando un momento di totale ignoranza, a livello generazionale, e la musica riflette questa cosa. Anche se ci sono artisti che arrivano in classifica con cose da dire, con una marcia in più. Adesso va una musica che non richiede troppo impegno.

Messaggi di autoaffermazione, non ci sono più concetti sociali o comunitaristi.
Il rap è stato sempre così. Non è scritto da nessuna parte che il rap debba avere un contenuto serio o un messaggio sociale: il rap dei primi anni ’80 parlava di soldi, macchine e donne. I Public Enemy sono stati il primo gruppo “politico” e da lì si è capito che si poteva veicolare un messaggio. Esiste Common come esistono Jay-Z e i Migos.

Ma non stiamo importando solo modelli sempre più superficiali?
È come importare un marchio di vestiti: non si parla più un di linguaggio settoriale, ma di un linguaggio globale. Adesso il rap non è più un’espressione di una sottocultura urbana, ma un fenomeno di massa globalizzato. Parla più o meno lo stesso linguaggio dovunque, e si suddivide in vari sottogeneri. Si è appiattito, fondamentalmente. Joey Badass e J.Cole, ad esempio, vengono visti come esempi underground, quando semplicemente fanno musica meglio di altri con un messaggio più centrato.

Aggiungerei Kendrick Lamar, che ha riportato il rap alla Casa Bianca.
Io Kendrick non lo cito mai perché non mi piace. Ma riconosco sia impeccabile.

È stato il momento di pausa più lungo, quattro anni dal precedente disco. Un momento dettato anche dalla svolta intrapresa dal rap mondiale?
Più che altro, è stato dettato dalla mia poca voglia di fare musica. Non avevo più stimoli. Non mi arrivavano più stimoli dai miei coetanei, mentre mi sono arrivati dalle nuove generazioni: la nuova ondata di fruizione di musica in Italia mi ha portato a fare un disco del genere, che non riproponesse lo stesso modo di fare rap di cinque-dieci anni fa e lo stesso sound.

«Mia Maestà» è un disco con un concept, che ha un senso da cima a fondo.
Ci sono tanti episodi in America con questo concept, penso a Schoolboy Q e Kendrick, ad esempio. Questi lavori sono stati un’ispirazione: ho pensato di aver fatto troppi lavori con alcuni pezzi di riempimento. Stavolta ho pensato di incasellare ogni brano al suo posto: non ci sono pezzi nati per caso. La risposta è stata buona, sono contento di aver fatto capire che un album è un album, non una raccolta di singoli.

Nel disco dici che la musica ti ha portato un lavoro e una famiglia. Com’è arrivarci senza scendere a compromessi?
Probabilmente faccio dieci volte il lavoro di alcuni miei colleghi. Lavoro come fonico, sto in studio, produco, faccio dj set: sono dei lavori remunerativi solo se fatti in un certo modo. Non mi è stato regalato nulla, da molte passioni ne sono nati nei lavori: per dieci anni ho continuato a lavorare in magazzino e di notte in studio, adesso non più.

Sei stato anche intervistatore, con Down with Bassi.
Al momento è in standby. Non amo fare l’intervistatore, per continuare dovrebbe arrivarmi una proposta professionale stimolante, da parte di qualche sponsor. Mi piacerebbe allargarlo a livello internazionale, ma mantenendo sempre autonomia.

Ti senti un esempio?
Penso che nel tempo ho preferito sempre più fare che dire di stare facendo. Si spendono troppe parole, specialmente sui social, ma alla fine è la musica che rimane. Ogni anno do il mio contributo, da venti anni, e sono stato coerente verso me stesso, più che verso la scena: per questo, non mi sento un esempio.

Hai mai pensato di diventare mainstream?
Non è possibile diventare mainstream se non hai le carte in regola per farlo, non è una roba che decidi tu. Come altri miei colleghi, ho fatto più tentativi in passato per arrivare alla discografia, scontrandoci con dei meccanismi che non mi hanno mai intrigato. Ho lavorato per molte produzioni ufficiali per le major, anche dieci anni fa: erano dischi su cui c’era investimento, ma non una visione. Adesso la cosa si è ribaltata, gli artisti finalmente regolano il gioco e creano l’industria musicale: si arriva e si rimane nel mainstream perché c’è una base su cui lavorare, invece quando la cosa è stata creata a tavolino finisce male. Pensa a Turi, che dopo il disco con un’etichetta ha praticamente finito la carriera. Io al momento penso di non avere bisogno di nessuno.

Il primo rap mainstream italiano è stato veicolato male?
Iniziava a funzionare il rap e le major straniere si chiedevano perché non c’erano artisti rap nelle etichette, senza valutare che il successo è determinato dal supporto dei fan. Non può essere una cosa impostata. Probabilmente non hanno fatto di più di quanto l’artista non potesse fare da solo.

L’Hip Hop è stato assorbito definitivamente dal pop?
Ormai l’Hip Hop è arrivato ad influenzare il pop. Io non credo si debba più pensare all’Hip hop come l’insieme di quattro discipline, che possono essere tranquillamente slegate tra di loro. Non è più una setta, una religione.

Non pensi che alcuni tuoi coetanei continuino a fare questa differenziazione?
Vivono nel passato. Forse l’unico con cui mi posso trovare a livello di età e percorso musicale sia Fibra. Lui vive continuamente di nuovi stimoli, che anche io pensavo di non avere più: questa cosa mi piace talmente tanto che assorbo tutti i nuovi sviluppi del rap. Invece molti sono rimasti agli anni ’90.

Hai avuto sempre un rapporto molto stretto coi giovani, dallo Show Off alle collaborazioni sui tuoi dischi.
È stato naturale. Sono stato il primo ad avere un project studio a Milano e da me sono passati praticamente tutti. Adesso faccio un po’ fatica coi giovanissimi, noto che c’è un abisso con i 15enni, ma magari bisogna solo aspettare che crescano.

Che rapporto hai con le droghe?
Ho assunto delle droghe, ma mai inalandole. Diciamo digerendole. L’unica droga di cui mi servo è l’alcol, che al momento faccio fatica a smaltire vista l’età. Le nuove generazioni “musicali” fumano meno delle vecchie, non c’è più l’ossessione come negli anni ’90. Sono chiaramente pro-legalizzazione, assolutamente.

Si è passati a parlare di marijuana alla codeina. Come la vedi?
Questa roba è pericolosa, nel mondo sintetico-chimico- farmacologico rischi di lasciarci le penne. È un’assuefazione rischiosa e c’è molta disinformazione sul tema. Ho scritto un post su Facebook sul tema, ma in fondo penso che ognuno sia responsabile della propria vita: bisogna essere consapevoli delle proprie scelte in ogni ambito.

 

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