Un saggio di oltre 200 pagine in cui l’autore espone tutte la documentazione archeologica delle varie fonti psicoattive – tè, vino, canapa, peyote, tabacco, funghi ecc. – con particolare risalto ai dati più antichi e ai processi originari che fecero rivolgere l’attenzione dell’uomo verso queste particolari sostanze. Parliamo di “Archeologia delle piante inebrianti” (Youcanprint Edizioni), il nuovo libro del popolare etnobotanico e drogologo contemporaneo Giorgio Samorini, che avete già incontrato tra le nostre pagine. Una ricerca dell’ebbrezza lunga millenni attraverso diversi tipi di piante e funghi inebrianti.

 Di seguito dei brani tratti dal nuovo libro “Archeologia delle piante inebrianti”, in esclusiva per i lettori di Dolce Vita.

La storia della relazione umana con le piante inebrianti si perde nella notte dei tempi. Questo tipo particolare di vegetali è ubiquitario nella flora di tutti i continenti, e il loro numero supera notevolmente quello dei vegetali inebrianti generalmente noti al grande pubblico, quali sono l’oppio, la canapa, il tabacco, il tè, il caffè e le bevande alcoliche ricavate dall’uva e dai cereali. Gli specialisti del settore, gli etnobotanici, ne contano oggigiorno almeno 1200 specie, e ogni anno ne vengono scoperte delle nuove.

Un dato certo è la grande antichità dell’impiego e della ricerca umana di fonti psicoattive con lo scopo di ottenere un’ebbrezza, un’“alterità”, una “visione” e più propriamente una modificazione dello stato di coscienza. Il tipo di effetto indotto da questi vegetali non è unico, bensì differisce a seconda della pianta e dei principi attivi in essa contenuti, oltre che dell’interazione di questi con il singolo individuo e la sua cultura. Da un punto di vista strettamente scientifico, gli effetti delle fonti inebrianti vengono generalmente catalogati in base a criteri chimico-farmacologici: narcotico-sedativi, stimolanti, allucinogeni, anestetici, ecc.; una classificazione che, pur utile alla medicina, psichiatria e psicologia moderne, non rende conto della più ampia diversificazione d’effetti percepita dalle diverse etnie e dai singoli individui.

Anche lo scopo per cui vengono assunte le fonti inebrianti differisce notevolmente da etnia a etnia e da individuo a individuo. L’uomo cerca l’ebbrezza per i più svariati motivi, di cui elenco di seguito una preliminare classificazione nella quale rientrano quelli che finora sono riuscito a distinguere: spirituale-religioso, sciamanico-terapeutico, esorcistico, magico-divinatorio, oracolare, ordalico, terogeno (per l’uso bellico), iniziatico-pedagogico, per il controllo psicologico, criminale, come viatico e tanatogeno, sacrificatorio, purificatorio, giudiziario (a mo’ di “siero della verità”), socializzante e regolatore della socializzazione, afrodisiaco, ludico, cognitivo-psiconautico, produttivo-prestazionale, tolstojano (come fuga da se stessi e dai propri problemi). Quest’ultimo motivo d’impiego delle fonti inebrianti, individuato per la prima volta dallo scrittore russo Lev Tolstoj nel 1890, si è ampiamente diffuso nella società moderna occidentalizzata, mentre è infrequente presso le popolazioni tradizionali attuali e del passato. Parrebbe trattarsi di una degenerazione del rapporto umano con l’ebbrezza, frutto della deculturalizzazione nell’approccio con le droghe indotto dalle ossessive politiche proibizioniste e dalla nevrosi della società moderna.

Mantenendo l’osservazione sul mondo tradizionale e del passato umano, è opportuno porre un’osservazione su certe figure delle società tradizionali, “specialisti del sacro” ed esperti delle tecniche di induzione degli stati modificati di coscienza, incluse quelle che prevedono l’assunzione di piante e funghi inebrianti: gli sciamani, i curandero, i vegetalista, i medicine-men, gli “stregoni”, ecc. Si tratta di individui di entrambi i sessi che, all’interno del gruppo sociale, hanno acquisito determinate doti e conoscenze, per via naturale, elettiva, o attraverso lunghi e faticosi percorsi formativi, stimati e al contempo temuti dagli altri individui, e che sono ritenuti dotati di poteri sovrannaturali per le loro capacità di interagire con l’aldilà e con le entità che vi dimorano, con i mondi “altri”, con il sacro.

È all’interno di questa particolare categoria di individui che si annoverano gli esperti tradizionali delle piante inebrianti; esperti ma anche ricercatori delle fonti inebrianti, poiché chi le conosce, chi sa della loro esistenza, generalmente ne cerca delle nuove; un po’ come avviene oggigiorno fra noi etnobotanici, che dedichiamo gli studi alla conoscenza delle piante psicoattive già note, e al contempo ci indirizziamo verso la ricerca e la scoperta di nuove specie. Per diversi millenni lo sciamano è stato lo specialista delle piante inebrianti, le ha scoperte mediante l’assidua tecnica dell’auto-sperimentazione e l’acuta osservazione della natura circostante. È pur vero che la scoperta delle proprietà inebrianti di certe piante o funghi può essere avvenuta in maniera accidentale per opera di individui qualunque, o attraverso l’osservazione di bizzarri comportamenti animali che si nutrono, inebriandosene, di determinate piante, quale parrebbe essere stato il caso delle capre nei confronti delle piante del caffè e del te; ma una buona parte delle piante inebrianti note al mondo tradizionale è stata scoperta poiché cercata dagli specialisti di questo mestiere antichissimo: il ricercatore, lo sperimentatore, lo studioso delle ebbrezze e degli stati modificati di coscienza.

Le piante inebrianti hanno ricoperto importanti ruoli nella storia e perfino nell’evoluzione umana, culturale e forse anche biologica. Recenti scoperte archeologiche stanno evidenziando come la scoperta e l’elaborazione di importanti fonti di sussistenza alimentare – i cereali e le loro farine – sia stata indotta dall’assiduo impiego di determinate graminacee per l’elaborazione di bevande fermentate alcoliche, le birre, e ciò si è verificato sia nel Mediterraneo e in Asia nel caso dell’orzo e affini graminacee, che nelle Americhe nel caso del mais, dal quale si ricavano sin dai tempi antichi le bevande alcoliche note come chicha e cauim. Nella continua opera di elaborazione di fonti alcoliche per conseguire delle ebbrezze, l’uomo preistorico ha scoperto come ottenere fonti di cibo; un caso indicativo dell’ebbrezza come induttore di conquiste culturali, in questo caso alimentari.

Le piante inebrianti erano note presso le culture classiche mediterranee, quali i Greci e i Romani, ma tali conoscenze sono tuttavia di gran lunga più antiche dei tempi classici, ed è l’archeologia a sopperire alla mancanza di documentazione letteraria dei tempi preistorici, fornendo una mole di dati sempre più cospicua, di pari passo con l’evolversi delle tecniche e delle strumentazioni archeometriche. Ed è sempre l’archeologia a svelare l’antica relazione umana con le fonti inebrianti di tutto il mondo, e non solamente di quelle delle antiche culture euro-mediterranee, dimostrando un’antichità dell’impiego di diverse fonti inebrianti a partire da almeno i periodi neolitici dell’umanità.

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