Paul McCartney, Ringo Starr, George Harrison, John Lennon

Nella primavera del 1967 la Bbc propose ai Beatles di rappresentare la Gran Bretagna nella prima trasmissione in mondovisione della storia. Il 25 giugno lo show (“Our World”) fu trasmesso in diretta in 26 paesi e fu visto da 400 milioni di persone. Era nata la televisione contemporanea. I Beatles, accompagnati da un’orchestra sinfonica e da un coro di amici (fra cui Mick Jagger), cantarono per la prima volta “All You Need Is Love” ‘tutto ciò di cui hai bisogno è l’amore’. Lo spirito degli anni Sessanta non avrebbe potuto trovare una rappresentazione più adeguata, più ingenua e più travolgente. Due anni dopo ci sarà Woodstock: ma gli animi saranno più tesi, le coscienze più politicizzate, e nel decennio seguente l’amore piano piano diventerà un orizzonte mistico, uno sfondo un po’ dolciastro, e un marchio commerciale di sicuro successo. Nel 1967, invece, l’amore è una proposta politica.

Al posto del “Che” bisognerebbe appendere il ritratto dei Beatles: sono loro i campioni del movimento libertario e umanista che ha segnato la seconda metà del secolo scorso e che oggi, disintegratasi la sinistra tradizionale, torna di grande, emozionante attualità. Che il leader di un movimento politico non sia un filosofo o un soldato o un funzionario di partito, ma una band di ventenni, è il segno del carattere profondamente antiautoritario, individualista, solidale, creativo e libertario – in una parola: umanista – del movimento controculturale e hippy che dapprima ha fecondato il ’68 europeo, e poi è proseguito carsicamente fino a oggi, donando al mondo il personal computer e internet.

Da un certo punto di vista, i Beatles non hanno fatto niente. Semplicemente, erano lì: poco dopo la maturazione negli Stati Uniti della Beat generation (che li venererà come dèi), a sua volta inseminata dal maestro Zen Suzuki-roshi; appena sfiorati dall’esistenzialismo delle caves parigine respirato attraverso l’amore delle studentesse d’arte di Amburgo all’alba degli anni Sessanta; e subito prima dell’esplosione sessantottina che modernizzerà l’Europa facendola diventare ‘americana’. E intanto, e contemporaneamente, e come in un unico fluire di eventi: il sogno di Kennedy e l’America di Martin Luther King, Jr.; la minigonna e la corsa alla Luna; il riconoscersi dei giovani come generazione e come mercato e la (ri)scoperta della marijuana e delle droghe ricreative; fare l’amore prima del matrimonio e, in Italia, poterlo fare anche dopo, con un nuovo compagno – tutto questo e altro ancora è stata la rivoluzione libertaria e umanista di cui i Beatles sono, per dir così, un prisma multicolore. E non è un caso che il loro “messaggio” non sia una direttiva o un piano quinquennale o un codice penale, e a dire il vero non sia affatto un “messaggio” così come siamo abituati a intendere la parola, cioè in senso prescrittivo e punitivo. “Amore” è divenuto un termine vago, generico, persino insulso: ma la colpa è nostra, che l’abbiamo evirato e ne abbiamo fatto una saponetta profumata.

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Le canzoni dei Beatles raccontano di cuori infranti e pace universale, all’insegna di quell’unica parola – love, amore – che accomuna le gioie più minute dell’esistenza di ciascuno di noi all’andirivieni del grande mondo, il ricordo della compagna del primo banco e la convivenza fra i popoli, le culture, le religioni. Come la musica sacra anticipa il Paradiso, così le canzoni dei Beatles rendono per un attimo reali i campi di fragole dell’amore universale.

C’è un pezzo dei Doors molto famoso, s’intitola “The End” ed è una delle performances più cupe di Jim Morrison. La storia è quella di un ragazzo che uccide i fratelli e il padre e violenta la madre, e che ora aspetta “la fine”, il solo amico che gli è rimasto. Nessuna canzone degli anni Settanta sa indicare così nettamente l’abisso che li separa dagli anni Sessanta. Anche i Beatles hanno scritto “The End”: è l’ultima canzone dell’ultimo album registrato insieme, “Abbey Road”, e possiamo considerarla un epitaffio e un bilancio, ma anche un monito e un insegnamento per tutti noi: “E alla fine, / l’amore che prendi / è uguale / all’amore che fai.”

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