3milioni e 300mila morti
l’anno nel mondo; causa di oltre 230 patologie; un costo complessivo per la società di almeno 17 milioni di anni di vita; oltre 3,7 milioni di grandi consumatori in Italia, soprattutto tra i giovani.

Parlassimo della cannabis, di cui non esiste una dose letale e che non ha mai causato un singolo decesso nella storia dell’umanità, le istituzioni avrebbero forse i numeri per giustificare l’insensato proibizionismo che permane in Italia come altrove. E invece no: parliamo di un’altra sostanza, anch’essa psicoattiva, altamente dannosa, ma del tutto legale in gran parte del mondo: l’alcool.

Incidenti, malattie cardiovascolari e cancro sono le tre categorie che contribuiscono per oltre il 90% alla mortalità attribuibile direttamente o indirettamente al consumo di alcol”, ricorda l’Istituto superiore di Sanità nel sottolineare i rischi legati a un consumo sbagliato e prevenire i problemi legati all’alcolismo.

In un importante studio del 2007 della prestigiosa rivista scientifica The Lancet (grafico seguente), l’alcol si piazza al 5° posto nella classifica sulle droghe più nocive e pericolose al mondo, in base a 3 fattori analizzati: danno fisico, dipendenza, danno sociale. Prima di esso, troviamo solo l’eroina (al primo posto) e a seguire cocaina, barbiturici, metadone.

Nel corso del 2015 secondo l’Istat, il 64,5% degli italiani di 11 anni e più, ovvero 35,6 milioni di persone, ha consumato almeno una bevanda alcolica, con prevalenza maggiore tra i maschi (77,9%) rispetto alle femmine (52%). Aumenta in modo preoccupante il numero di italiani che beve lontano dai pasti, spesso senza moderazione: nel 2013 erano il 25,8%, nel 2014 erano il 26,9%, nel 2015 risultano il 27,9%.

Dal punto di vista scientifico ci sono diversi studi che hanno paragonato cannabis e alcol riguardo al rischio di mortalità, all’aggressività, o studiando la cannabis come sostanza d’uscita per l’alcolismo o come protezione per evitare danni cerebrali o al fegato.

Nel primo caso è diventato ormai a suo modo celebre lo studio pubblicato nel 2015 su Scientific Reports, che fa parte del network della rivista Nature, nel quale gli studiosi hanno calcolato che la cannabis sia ben 114 volte meno letale dell’alcool. Per arrivare a questo risultato i ricercatori hanno analizzato il rischio di mortalità di diverse sostanze di uso comune per scoprire che, a livello di utilizzo individuale, l’alcool è al primo posto seguito da eroina, cocaina e tabacco.

Per ciò che riguarda l’aggressività uno studio del 2016 ha sottolineato come la cannabis la faccia calcare, mentre l’alcool la stimola in modo significativo. Nello studio pubblicato su Psychopharmacology sono state analizzate le reazioni di 20 bevitori, 20 fumatori di cannabis ed altre 20 persone utilizzate come gruppo di controllo. I bevitori e i fumatori hanno ricevuto, rispettivamente, una singola dose di alcool e placebo o cannabis e placebo e sono stati sottoposti ai test per misurare l’aggressività. Aggressività che è stato dimostrato come aumentasse in modo significativo, in seguito ad una provocazione, in tutti i gruppi se rimanevano sobri. Sempre in seguito ad una provocazione l’alcool ha dimostrato di far aumentare l’aggressività e la cannabis di diminuirla. Gli autori dello studio nelle conclusioni hanno sottolineato che: “L’alcool facilita i sentimenti di aggressività, mentre la cannabis li fa diminuire sia nei consumatori di alcool che nei consumatori abituali di cannabis”.

Nei confronti della cannabis come sostanza d’uscita da diverse dipendenze, alcool compreso, sono stati di recente effettuati due studi scientifici realizzati tramite sondaggi su pazienti prima in California e poi in Canada. Gli ultimi dati, pubblicati sulla rivista Addiction Research & Theory nel 2012, provenivano da un sondaggio condotto su oltre 400 pazienti iscritti al programma statale di cannabis terapeutica in quattro dispensari del distretto canadese della British Columbia. Alla domanda che chiedeva loro se avessero mai usato cannabis per sostituire farmaci, alcol o droghe illecite, oltre il 75% ha risposto affermativamente. Il 68 %, ha indicato con la cannabis come un sostituto per farmaci che erano stati loro prescritti. Il 41% ha anche affermato di averla usata per l’alcool e il 36% per le altre sostanze illecite, come l’eroina o la cocaina. E i risultati ottenuti dai pazienti di un ambulatorio in California, pubblicati nel 2009 sull’Harm Reduct Journal, erano notevolmente simili. Dei 350 pazienti esaminati nel 2009, il 66% ha riferito di aver consumato cannabis per sostituire farmaci da prescrizione, il 40% per la sostituzione di alcool e il 26% per sostituire altre sostanze illecite. “Quando si parla di usare la cannabis come un sostituto per l’alcool, stiamo parlando del 10% dei consumatori considerati bevitori pesanti, con ripercussioni gravi sul proprio fisico. Penso che dobbiamo concentrare i nostri sforzi nel portare i bevitori a rischio lontano dall’alcool, verso una sostanza che non ha lo stesso impatto sul loro corpo, come la cannabis”, ha spiegato la dottoressa Amanda Reiman. E anche il dottor Philippe Lucas, coautore dello studio del 2012, la pensa in modo simile. Se la politica sulla cannabis diventasse più lassista, secondo il dottore, “si potrebbe osservare un leggero aumento del consumo di cannabis, ma in seguito assisteremmo ad una diminuzione del consumo di alcool, sostanze illecite e farmaci, con un grande risparmio e altrettanti benefici per la sanità pubblica”.

Riguardo ai danni al fegato i ricercatori della Mount Sinai School of Medicine di New York hanno scoperto che il cannabidiolo (CBD), cannabinoide non psicoattivo della cannabis, può impedire l’accumulo di grassi provocato dall’alcol, fenomeno conosciuto come malattia del fegato grasso (steatosi epatica), patologia che nel tempo può portare a problemi più gravi come epatite e cirrosi. Lo studio, pubblicato online sulla rivista Free Radical Biology and Medicine, è stato condotto dai ricercatori sui topi ed ha confermato che il CBD potrebbe impedire l’accumulo di grasso e altri fattori di danno al fegato. L’analisi molecolare ha confermato molteplici fattori, tra i quali le proprietà antiossidanti del CBD e la sua capacità di stimolare meccanismi coinvolti con la ripartizione di grasso. E da un precedente studio scientifico era emerso un altro effetto positivo del CBD sul fegato. I ricercatori avevano infatti trovato risconti scientifici del fatto che: “Il cannabidiolo potrebbe rappresentare una possibile opzione per proteggere il tessuto del fegato dagli effetti dannosi del cadmio”.

Gli scienziati della University of Kentucky e dell’Università del Maryland hanno invece concluso che sempre il CBD, potrebbe essere utilizzato per scongiurare danni cerebrali indotti dall’alcol. Nello studio pubblicato nel 2013 su Pharmacology Biochemistry and Behavior i ricercatori sperano che i risultati li avvicinino a sviluppare un trattamento preventivo per i pazienti che soffrono di alcolismo . “Questi risultati giustificano ulteriori studi pre-clinici di CBD transdermico per il trattamento della neurodegenerazione indotta da alcool. Gli effetti neuroprotettivi del CBD osservati durante la neurodegenerazione indotta dall’alcool, sono dovuti alla sua elevata capacità antiossidante”, hanno scritto i ricercatori. Gli autori notano anche che il CBD è un antiossidante più potente di molti altri antiossidanti ben noti in ambito medico, compresa la vitamina E. Nel nuovo studio, i ricercatori hanno testato il trattamento CBD su modelli di ratto utilizzando sia un cerotto cutaneo (transdermico), sia regolari iniezioni (intraperitoneali). Entrambi i metodi hanno prodotto “analoghe grandezze di neuroprotezione”, circa il 50% in più, secondo la loro analisi.

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