Sbaglia profondamente chi crede che l’assassinio di Sankara sia stato un sovrappiù inutile, un lascito superfluo, di quel tempo terribile che va sotto il nome di guerra fredda. Quasi che sia stato un fato avverso a volere la morte dello straordinario presidente del Burkina Faso proprio alla vigilia della soluzione di quel terribile nodo della vicenda umana. Era il 1987 ed in poco meno di due anni il mondo sarebbe cambiato e con esso la terribile logica che aveva triturato, massacrato, da entrambe le parti contendenti, ogni esperienza non assimilabile o diversa perché potenzialmente nemica. Esistevano solo gli amici a quel tempo. Potevano tranquillamente essere amici impresentabili, ma l’importante è che fossero fino in fondo fedeli ad uno degli imperi contrapposti.
 Altrimenti… Un consuntivo soddisfacente ed onesto di quell’era manca ancora. Molto si è scritto e detto degli orrori del “comunismo”. E non sempre a proposito. Ben poco, o quasi nulla, per prendere coscienza degli orrori commessi dal campo occidentale. Ma si sa, la storia, quasi sempre, la scrivono i vincitori. A modo loro, quindi assolvendosi per la gran parte. Ed il punto dolente del post guerra fredda è proprio questo. L’assenza di una riflessione critica
e vera sull’operato del campo dei vincitori. Troppo presto, forse, per sperare in questo. Ancora
troppi i vivi nel campo dell’Occidente trionfante. E con essi gli interessi ed i segreti ancora
non confessabili. L’Occidente, i suoi campioni, in nome della libertà, si sporcarono le mani di
altrettanto sangue, di indicibili orrori.

Schiere di dittatori sanguinari sostenuti al potere. Erano amici. Massacri e guerre spaventose, come lo sterminio di un milione di filippini. Erano comunisti. Anche le donne ed i bambini. Ed il pozzo senza fine degli orrori in Corea e Vietnam. Anche lì, comunisti, da spazzare via, donne e bambini compresi. Nemici della libertà? 

Eppure una riflessione urge, un’analisi critica è fondamentale se si vuol liberare il mondo, per
davvero, da chi è capace di ogni orrore e lo giustifica in nome di grandi bandiere. Sarebbe tempo di dir chiaramente che più che bandiere, infatti, si tratta di lerci lenzuoli che hanno coperto e coprono interessi spietati che con libertà e diritti umani ben poco hanno a che vedere. Sankara, la sua “inutile” morte, possono essere un potente punto di partenza. E molto rivelatore. Il Burkina Faso è infatti solo uno scoglio, per giunta sabbioso e poverissimo, per gli strateghi della guerra fredda. Nulla per cui valga la pena sprecar tempo. Il problema è il suo presidente. Sankara è una minaccia enorme e non tanto per quel tragico presente, che le
cancellerie occidentali sanno benissimo esser vicino al definitivo tramonto. Quell’uomo è
pericoloso, terribilmente pericoloso, per il mondo dei vincitori che sorgerà tra le rovine del muro di Berlino.

Qualcuno all’indomani di quell’evento scriverà incautamente di fine della storia. La caduta
dell’impero sovietico, del “grande inverno” e del “regno del male”, aprirebbero le porte al tempo della morte di ogni conflitto, della politica come buona amministrazione della casa comune, il mondo. Sankara è la denuncia vivente di questo assioma ideologico dei
vincitori. La sua idea di politica innanzitutto. La felicità, quella dei governati, al primo
posto. Indice massimo se non unico degli indici di sviluppo possibili. Il primo, il fondamento. Una politica sobria, al servizio, che rifugge lo spirito di potenza e fa della cooperazione l’asse portante dentro e fuori le mura domestiche. Niente di più ostico per chi si pensa già imperatore unico dell’universo e ne pretende tutti gli sfarzi e tutto il potere possibile.
Innanzitutto per se stesso ed i suoi famigliari, siano essi un paese intero che pretende di poter vivere e stravivere sulle spalle del resto del mondo. Il pensiero unico del Dipartimento di Stato americano è lavorare per impedire, prevenire, eliminare, ad ogni costo, ogni possibile emergenza alternativa alla supremazia americana ed occidentale.

Di questa pretesa imperiale, Sankara è nemico assoluto, il pericolo pubblico numero uno con la sua pretesa di felicità. E lo è ancor di più perché intravede lucidamente le nuove strategie di dominio, innanzitutto quelle finanziarie e dell’uso del debito come strumento di conquista. Definitiva. Denunciare la potenziale schiavitù finanziaria prima dell’Africa e poi del mondo intero è profezia rivoluzionaria. Affermare che il debito è strumento ostile alla democrazia e alla libertà dei popoli e predicare l’onorabilità del non onorarlo, è una minaccia intollerabile per i circoli finanziari che su queste basi immaginano il loro futuro ed i loro successi.

Quando hanno ucciso Sankara, hanno creduto di poter uccidere la felicità. Hanno deciso di renderci tutti schiavi. Grazie al cielo, come Thomas diceva alla sua gente pochi giorni prima di morire, le idee non muoiono mai.

Non muore infatti la più estrema delle critiche all’esistente operata dal giovane presidente del Burkina Faso. Quella che fa a pezzi l’ideologia cinica degli aiuti umanitari e l’idea di un’Africa incapace di far da sola in quanto continente di ogni negatività ed incapacità. Sankara, la sua vita, il suo operato, quello del suo popolo in quei pochi anni della sua presidenza sono la scintillante, non occultabile, dimostrazione del contrario. Il paese più povero non solo dell’Africa, ma del mondo intero, lo scoglio pressoché desertico ai confini del Sahara, fa passi da gigante. Da solo. Scuole, ospedali, infrastrutture di ogni tipo, nascita di una piccola ma forte industria di trasformazione della materia prima cotone, recupero dell’autonomia alimentare. Premesse di futuro, esempio straordinario. Da annullare, eliminare, tacere, nascondere. Sì, perché se a farcela, da solo, è il più disgraziato dei paesi dell’Africa, cosa potrebbero divenire quelli che, e sono la maggioranza, di risorse ne hanno tante, tantissime? Guai se l’Africa, la sua gente, innanzitutto le sue donne e la sua gioventù, decidessero di seguire l’esempio di Sankara e dei suoi! Sarebbe la fine per tante fortune, per tutti quelli che con la scusa degli aiuti, mantengono strettissimo il controllo delle risorse del continente africano, le pagano bazzecole, ne impediscono la trasformazione nei paesi produttori mantenendo in piedi il meccanismo della miseria e della necessità di nuovi aiuti.

Quello che ancora oggi accade in Africa è crimine, il più grande di tutti. Un continente intero, per gli interessi di pochi, vive un’occupazione militare di fatto. Ne viene decisa la vita sempre altrove ed in nome di interessi esterni. È la semplice verità che va sbattuta in faccia a chi cinicamente oggi, di fronte all’esplodere dei fenomeni migrazionali, tenta l’argine assassino della differenza tra profughi di guerra e profughi umanitari. Non c’è nessuno al mondo più profugo di guerra di un africano.

Sankara era la denuncia vivente di tutto questo e per tutto questo è stato assassinato. Era il racconto profetico di un futuro finalmente umano in cui i popoli avrebbero scoperto insieme le catene comuni per liberarsene. Se erano e sono gli interessi finanziari a voler
sottomettere l’Africa, non sono forse le stesse logiche che stanno mettendo in ginocchio il mondo intero? Non è forse l’arma del debito la più crudele agitata contro i popoli africani ed ora a livello globale, Europa mediterranea innanzitutto? Sankara, se fosse ancora
vivo, ci inviterebbe a riflettere proprio su questo. La comunanza universale dei “nemici” dell’umanità. E ci inviterebbe a far fronte comune ricordandoci, con il suo linguaggio sempre semplice, che da sempre, nei momenti di crisi, i potenti giocano la carta dell’altro come nemico, delle guerre tra poveri. E così sopravvivono mentre i poveri muoiono. Sankara ripeterebbe all’infinito che ciò che accomuna le donne e gli uomini di ogni latitudine e longitudine è infinitamente più di ciò che li divide. Diritto ad una vita decente, la scuola e la salute per i propri figli, una vecchiaia serena, una vita degna di essere vissuta. Un sogno? No, assolutamente no. È la possibile realtà che vogliono nascondere in ogni modo, anche uccidendo e con Sankara lo hanno fatto. Un mondo nuovo, più umano e felice, è assolutamente possibile. Sono gli interessi di pochi a bloccarne il necessario cammino. A noi, il compito di liberarne la strada.

 

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