Ogni tanto mi capita ancora di prendere in mano “I Ching” e le tre monete del responso per mettere alla prova il “Libro dei Mutamenti”. Me l’ha insegnato Karl Gustav Jung, e ancora di più Philip K. Dick: il mondo è molto più ampio rispetto a come lo consideriamo. Sembra quasi che esso esista per dimostrarci che non importa quale comprensione possiamo raggiungere dei suoi meccanismi, lui troverà sempre un modo per sorprenderci.

In effetti, la filosofia nasce proprio dalla meraviglia, dallo stupore di scoprire che oltre il confine di ciò che pensiamo di aver capito si estendono altrettanto vaste praterie, ancor più ampi orizzonti da esplorare. Aristotele definiva questo sentimento come la radice stessa del filosofare: l’uomo fa filosofia poiché si trova a contatto con la meraviglia.
Da dove deriva però questa meraviglia? Ovvero, qual è la natura di questa meraviglia? Non si tratta semplicemente dell’essere stupiti, quanto piuttosto dell’essere letteralmente atterriti. E quell’atterrimento è dovuto alla consapevolezza che nel mondo, nella sua oceanica vastità, nella complessità che esso ci presenta ogni giorno, tutto quanto è connesso.

Non si tratta di una frase pubblicitaria per qualche nuovo tablet, ma della consapevolezza che spinse Jung e Dick a lanciarsi in una ricerca disperata al fondo di quell’interconnessione. Se ogni cosa è interconnessa, significa che la natura della mia vita, della mia coscienza, della mia identità, non solo non mi appartiene, ma dipende in modo straordinario e al tempo stesso atroce dall’esistenza di altri elementi del mondo di cui io sono scarsamente consapevole.

Il pensiero olistico, oggi proposto principalmente per comunicarci una sorta di armonia tra le cose, è in realtà un peso quasi insopportabile da sostenere. Jung si lanciò in un viaggio terribile e spaventoso, la cui traccia più concreta è il suo bellissimo “Libro Rosso”, letterale diario onirico dell’inconscio ribollente, in cui immagini archetipiche, desideri, genocidi e reami magnifici intrecciano le proprie esistenze nella produzione di quel soggetto che, in un momento preciso del tempo e dello spazio, si è fatto chiamare “Carl Gustav Jung”. Allo stesso modo, Philip K. Dick si sentì costretto a rivisitare tutti i romanzi di fantascienza che aveva sviluppato nei precedenti vent’anni quando, colpito dalla sensazione che il mondo fosse un complesso intreccio iper-connesso di informazioni e caos, comprese che i personaggi, le idee, gli eventi di quei romanzi non erano affatto inventati, ma erano il più ampio disegno di un dio che usava lo scrittore americano come una marionetta, un dio che Dick chiamò “Valis”. E scrisse quell’universo di lucida follia chiamato “Esegesi”.

Se tutto questo vi sembra folle e incomprensibile, beh, siete in buona compagnia.

Nonostante io stesso li abbia studiati per molto tempo, Jung e Dick rappresentano ai miei occhi l’imponderabilità dell’azione con cui il cosmo forgia gli individui. Due menti straordinarie, quasi devastate dalla vastità della meraviglia sublime (nel senso kantiano di “sublime”, perciò immenso e terribile), che però non si sono sottratte alla responsabilità che lo stare al mondo ci consegna. Ecco cosa mi insegnano Jung e Dick: che difendersi dall’evidenza secondo la quale il mondo è interconnesso risulta inaccettabile. Sia che ci si rifugi nelle fragili certezze della scienza, della religione, dei dogmi, sia che si pretenda di vivere l’olismo con leggerezza e autoimposta serenità.

Lanciare le monete di “I Ching” è in effetti la risposta migliore che si possa dare a quel senso di sperduto stupore che proviamo di fronte alla vastità del mondo: sono io che mi devo aprire ad esso, non lui che deve chiudersi su di me, e per far questo non posso pretendere di farmi consegnare da qualcuno le risposte, posso solo sperare di pormi le giuste domande. E conservare la capacità di meravigliarmi, come la filosofia mi insegna.

 

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